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vol 17 • 2014

DAI GAS/DES AGLI ORTI COLLETTIVI. Processi partecipati e forme di anticapitalismo urbano

DAI GAS/DES AGLI ORTI COLLETTIVI. Processi partecipati e forme di anticapitalismo urbano

di Michele Bottari

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“Son cosas chiquitas . No acaban con la pobreza, no nos sacan del subdesarrollo, no socializan los medios de producción y de cambio, no expropian las cuevas de Alí Babá. Pero quizá desencadenen la alegría de hacer, y la traduzcan en actos. Y al fin y al cabo, actuar sobre la realidad y cambiarla, aunque sea un poquito, es la única manera de probar que la realidad es transformable”

“Sono piccole cose . Non eliminano la povertà, non ci fanno uscire dal sottosviluppo, non socializzano i mezzi di produzione, non espropriano la grotta di Alì Babà. Ma forse scatenano la gioia del fare, e la traducono in atti. In fin dei conti, agire sulla realtà e cambiarla, anche se di poco, è l’unico modo per dimostrare che la realtà è modificabile”

Eduardo Galeano, Memoria del fuego

1. Dal Consumo Critico ai Gruppi di Acquisto solidale

È lì la politica: al supermercato! Ce l' abbiamo nel carrello, è lì che andiamo a votare tutte le mattine, è lì che votiamo!”. [10] Sono parole urlate da un signore sovrappeso, sudato e stravolto, con la barba grigia, in uno dei suoi eventi, a metà strada tra lo spettacolo comico e il comizio politico.

Stiamo parlando di Beppe Grillo. * Fino a pochi anni fa, non molti avrebbero dato credito a questo personaggio, eppure questo signore rappresenta, nel bene e nel male, l'unico elemento di novità nella politica italiana degli ultimi anni.

Non ci dilungheremo nella spiegazione dei punti di forza e di debolezza del suo Movimento 5 stelle perché non è il nostro scopo. Per il momento basterà citare, tra i suoi indubbi capisaldi, l'abilità nel prendere (e mescolare in un minestrone) il meglio dei movimenti più autenticamente rivoluzionari del nostro tempo: i vari comitati contro gli inceneritori, il movimento no-TAV (Treni ad Alta Velocità), quelli contro il consumo di territorio, quelli a favore del risparmio energetico, dell'acqua pubblica, della tutela della terra e del km-zero.

Il movimento dei Gruppi di Acquisto Solidale (di seguito ci riferiremo a essi con l'acronimo GAS), è indubbiamente uno di questi. Nato nel lontano 1994 a Fidenza, mutuò dal Consumo Critico [8] il valore politico dell'acquisto, ma fin da subito si distinse per analisi e profondità, superando la rozzezza degli slogan mutuati dal consumo critico stesso.

Tanto per fare un esempio, la frase citata è simbolica nella sua ingenuità, dal momento che il supermercato, che per Grillo dovrebbe essere l'ambito in cui si sviluppa la nuova politica, è invece lo strumento con cui il consumismo veicola e diffonde i propri disvalori.

Per poter esercitare un'azione politica degna di questo nome, il consumatore critico non dovrebbe nemmeno entrarci, al supermercato. Ogni acquisto fatto in quel luogo avalla la politica della Grande Distribuzione Organizzata, fatta di sfruttamento, massificazione, appropriazione dell'identità, politiche selvagge di prezzi e di marketing.

Muoversi criticamente all'interno della griglia di prodotti e prezzi imposta dalla Grande Distribuzione Organizzata (di seguito ci riferiremo a essa con GDO) ha un valore politico praticamente nullo, giacché si concretizzerebbe in ogni caso nel premiare un produttore che, per necessità o scelta, ha assecondato la strategia del gigante.

Muoversi al di fuori e contro il supermercato non è però alla portata dei singoli cittadini: richiede organizzazione, una rete di relazioni che arrivi al produttore, ne attesti l'adesione a certi valori (giustizia sociale, rispetto della terra, località, equità), un magazzino, un sistema di raccolta ordini, di logistica, di pagamenti.

È questo il ruolo che, autonomamente, ciascun Gruppo di Acquisto Solidale si è dato, adeguando la propria struttura alle esigenze locali, e mettendo le basi per una forte crescita che, però, in questi ultimi anni si è improvvisamente e misteriosamente arrestata.

Nelle prossime pagine illustreremo perché il movimento dei GAS ha rappresentato una svolta politica, quali sono i suoi punti di forza, quali le sue debolezze, e concluderemo con l'esame dei gruppi di autoproduzione visti in qualità di superamento dei limiti dei GAS.

2. La forza dei Gruppi di Acquisto Solidale – l'alba di una rivoluzione non-violenta?

2.1 Le relazioni

I Gruppi di Acquisto Solidale nascono in contrapposizione alla logica mercantile della grande distribuzione. In questa comunanza di ideali, le persone trovano occasioni di relazione sia all’interno del gruppo, sia all’esterno.

Gran parte del successo dei GAS è dovuto proprio dal consentire a tutti i suoi attori di partecipare a una rete di relazioni appagante, con persone accomunate dagli stessi valori, impegnate nella costruzione collettiva di qualcosa.

I partecipanti si aiutano a vicenda e si suddividono i compiti per la gestione degli acquisti, rifacendosi al principio della mutua assistenza che ha guidato la nascita del movimento cooperativo. Inoltre, acquistare col GAS mette i suoi aderenti nelle condizioni di conoscere il produttore e di porre attenzione alle condizioni di lavoro.

Si realizza così la ricomposizione del legame con la terra, nella fattispecie con il produttore, un legame rotto fin dai tempi della rivoluzione industriale, quando si realizzò la separazione tra agricoltura e industria, e quindi tra campagna e città.

Grazie al GAS, anche chi vive in città può “ritrovare un volto, una storia, una relazione con chi produce il cibo quotidiano. Stabilire il contatto con un produttore significa così accostare dei volti al prodotto, rintracciarne la fonte ed accertarsi della sua qualità”. [1]

2.2 La biodiversità

La biodiversità è nel codice genetico dei GAS [1] : ogni gruppo ha le sue caratteristiche dal punto di vista organizzativo. Pur seguendo gli stessi principi, le forme in cui i gruppi di strutturano possono variare molto a seconda delle esigenze e della storia dei singoli gruppi. Questa è una forza, perché consente di integrare esperienze anche parecchio diverse.

È impegno comune la ripartizione delle responsabilità per singoli prodotti così che la logistica non gravi su qualcuno e altri siano solo clienti, ma sia ripartita solidalmente su tutti. Vedremo in seguito come questo sia uno dei temi centrali.

Le differenze talvolta riguardano l'origine: alcuni GAS nascono all'interno delle parrocchie, altri nelle sezioni dei partiti di ispirazione marxista, o comunque di centro/sinistra, altri ancora presso associazioni di volontariato, di qualunque origine, o anche da semplici gruppi di amici.

I GAS differiscono anche per approccio: ci sono GAS integralisti(grande attenzione ai valori sociali del produttore e tutta la spesa attraverso il GAS) altri più morbidi che puntano a prodotti “buoni, giusti e puliti” non dandosi l’obiettivo di bandire la GDO dalla loro vita. Ognuno può trovare il più vicino a casa, ma anche il più aderente al proprio modo di pensare. I prodotti e i criteri con cui acquistare variano da GAS a GAS proprio in relazione al tipo di gruppo che si crea.

I GAS sono biodiversi anche nella forma giuridica. La maggior parte di essi sono gruppi irrituali, senza alcuna gerarchia né formalità, ma ne esistono anche sotto forma di associazione, con tanto di presidente e consiglio direttivo, elezioni e via dicendo.

2.3 La struttura reticolare

Un altro fondamentale punto di forza dei GAS è la loro interazione. A Verona, per esempio, ogni GAS stabilisce da sé la propria organizzazione e la propria struttura, ma tutti, chi più chi meno, riconoscono un qualche ruolo al coordinamento provinciale che, nel rispetto delle peculiarità locali, organizza gli acquisti più complicati o corposi, e le iniziative comuni. Lo stesso tipo di delega informale è conferito dai coordinamenti provinciali (quando esistono) al coordinamento nazionale, che a sua volta è parte della rete dei distretti di economia solidale.

Assenza di gerarchia, coordinamenti a livello provinciale e nazionale, continua elaborazione politica e sociale, rendono questa struttura estremamente resiliente e in continuo mutamento. Ovvio che gli organismi di vertice non hanno alcuna delega per azioni politiche, ma nessuno ha mai sentito la necessità questo tipo di azioni. Anzi, quando la politica (partiti o istituzioni) ha bussato per accreditare i GAS e accreditarsi presso di loro, le risposte sono quasi sempre state dei gentili dinieghi.

2.4 L'esplosione numerica

Grazie a queste caratteristiche, il fenomeno, che per tutti gli anni 90 è stato numericamente irrilevante, ha manifestato nei primi dieci anni del nuovo millennio la crescita esponenziale tipica dei fenomeni biologici e sociali: prima graduale, poi improvvisa. In pochi mesi, in una provincia come quella di Verona, il numero dei GAS è passato dalle poche unità alle trenta e oltre.

Numeri che, associati alle caratteristiche flessibili e ricombinanti del fenomeno, hanno fatto gridare al miracolo molti osservatori, tra cui il sottoscritto. Sembravano esserci le premesse per un'autentica rivoluzione in senso anticapitalista. Pacifica, non violenta, ma pur sempre rivoluzione.

Questa crescita impetuosa si è invece affievolita a partire dal 2010, fino a quasi arrestarsi del tutto, assestandosi oggi, nell'esempio di Verona, ben al di sotto delle quaranta unità, ma con evidenti situazioni di crisi all'interno dei singoli GAS, sia in senso numerico, sia in senso di qualità e quantità di partecipazione degli aderenti.

Nella provincia di Verona, per dare qualche dato, parliamo di 1000 famiglie circa, su una popolazione di oltre un milione di persone. Alla media di tre persone per nucleo famigliare, il dato fotografa un fenomeno che, raggiunto a fatica il 3 per mille, si è improvvisamente arrestato. I dati sono confermati a livello nazionale, anche se il fenomeno si presta a letture contrastanti, spesso a mistificazioni di natura politica, nel senso deteriore del termine.

3. La debolezza dei Gruppi di Acquisto Solidale – il fallimento di una rivoluzione non-violenta

Come detto, la crescita impetuosa del sistema GAS, dopo anni di crescita esponenziale, si è improvvisamente arrestata proprio in coincidenza con la grande crisi del modello neoliberista avvenuta attorno al 2009 e ancor oggi in corso, mentre tutti gli osservatori e gli operatori si aspettavano, al contrario, un movimento anticiclico rispetto a quello del sistema economico.

Si pensava che la crisi del neoliberismo avrebbe portato in evidenza i modi diversi di fare rete, mostrandone i lati positivi, e costituendo un' alternativa convincente all'economia dell'egoismo, della competizione e del darwinismo sociale.

Così non è stato, anzi: ai primi colpi della crisi, l'entusiasmo per l'economia solidale si è affievolito. Come se la malattia dell'organismo ospitante (il capitalismo) avesse colpito ancor più forte l'organismo ospitato (i GAS), invece che favorirlo.

Ci siamo chiesti il perché. Di seguito vediamo di abbozzare qualche risposta.

3.1 Scopo utopico: la massa critica

Nel 2010, dopo il successo dell'edizione precedente, il coordinamento InterGAS di Verona organizzò la festa provinciale dei GAS. Con grande stupore, gli organizzatori constatarono che quell'anno la partecipazione era, usando un eufemismo, molto limitata.

Su mille famiglie coinvolte, si superò di poco la ventina di presenze, nemmeno tutte partecipanti in senso stretto ai GAS veronesi. Ma la cosa più stupefacente in assoluto fu che l'argomento di conversazione, nella tavola rotonda organizzata al posto delle varie attività andate deserte, rimase la cosiddetta ' massa critica' e il come fare per raggiungerla. Sentir parlare di grandi numeri un gruppo di persone che avrebbe riempito a fatica un'aula di scuola media è senza dubbio un'esperienza curiosa.

L'orrenda locuzione di massa criticaderiva dalla fisica nucleare e definisce la quantità di materiale fissile necessaria affinché una reazione nucleare a catena possa auto-sostenersi. Nel mondo dei GAS si intende un numero-soglia di aderenti al circuito al di sopra del quale le reazioni positive (cioè di attrazione di nuovi adepti) superano quelle negative (gli abbandoni fisiologici), innescando l'automatica deflagrazione (per rimanere all'interno delle metafora nucleare) del fenomeno GAS all'interno dell'economia convenzionale. Il sistema GAS, da quel momento in poi, sarebbe destinato a crescere in maniera autonoma, sostituendosi al sistema dominante.

Non è dato sapere quale sia il complicato meccanismo cerebrale collettivo che ha convinto lo zoccolo duro dei gasisti che:

  • esista una massa critica nel fenomeno GAS;
  • sia possibile raggiungerla;
  • sia opportuno cercare di raggiungerla con ogni mezzo.

In realtà, è probabile che questa aspirazione un po' bellica sia determinata da due sentimenti: l'insoddisfazione e la frustrazione. Da un lato possiamo affermare che il semplice rito dell'acquisto collettivo non sia per molti membri GAS soddisfacente in sé: mangiare cose buone, sane, rispettose della terra non basta. E non bastano nemmeno la costruzione di quel sistema di relazioni cui abbiamo accennato prima, la mutua assistenza, l'associazione di un volto al prodotto, eccetera.

D'altro canto, la constatazione che questo semplice atto in sé non riesca a mettere in crisi il sistema sociale dominante genera frustrazione. Sulla lista di discussione della rete nazionale si legge: “in 15 anni l’idea dell’economia solidale ha fatto nascere solo 2000 GAS in Italia: chiediamoci quanti centri commerciali sono nati nello stesso intervallo temporale,” e quante persone, aggiungiamo noi, ciascuno di questi abbia coinvolto in un modello economico folle e insostenibile. Stiamo parlando di numeri molto superiori al tre per mille raggiunto faticosamente dai GAS.

Mettere insieme una ventina di persone eterogenee, trovare una linea comune di azione, cercare produttori locali, onesti e virtuosi e organizzare acquisti è estremamente complicato. Eppure queste pratiche sono gocce nel mare dell'economia della competizione e dello sfruttamento: se non sono appaganti in sé per chi le attua, nasce la frustrazione.

3.2 Appartenenza debole

Abbiamo detto di come l'eterogeneità dei membri del GAS sia più una ricchezza che un limite. La maggior parte dei GAS italiani può godere senza dubbio di questa ricchezza: vi afferiscono infatti cattolici e marxisti (e spesso le due caratteristiche coincidono), professionisti e operai, piccoli imprenditori e sindacalisti, renziani e grillini. Verona, tra l'altro, è una delle poche realtà territoriali a poter vantare (si fa per dire) un GAS di ispirazione di estrema destra.

Ma il messaggio radicale portato avanti dai GAS li rende attrattivi soprattutto per gli aderenti a tutti quei bizzarri movimenti di confine che caratterizzano la società degli ultimi anni. Così vi possiamo trovare militanti per l'acqua pubblica e tutti i beni comuni, seguaci della decrescita felice e di quella triste. Fin qui tutto bene, ovviamente: si tratta di movimenti non pericolosi, spesso connessi armonicamente con le istanze dei gasisti.

Un elemento forte è per esempio quello ambientale. Quasi tutti i membri sono animati da uno scontento di tipo ecologista, che spesso è di ordine superiore rispetto alle rivendicazioni socio-economiche. Ma nella pratica degli acquisti queste istanze si ammorbidiscono, perché lo strumento utilizzato (appunto l'acquisto di gruppo) non è affascinante come una manifestazione o un picchettaggio, e i suoi effetti sono lontani nello spazio e nel tempo rispetto alle istanze locali, come la lotta contro un inceneritore o un'opera pubblica inquinante.

Spesso nei gangli dei GAS si annidano anche figure di tutti i generi, da quelli del signoraggio [6] alle scie chimiche, dai seguaci di discipline esoteriche agli antroposofi steineriani, dai membri del progetto Venus di Zeitgeist (gente convinta che l' iper -tecnologia ci salverà) ai praticanti del Reiki. In una lista di discussione dei GAS veronesi abbiamo assistito anche all'accorata difesa della politica estera di Putin.

In linea di principio non c'è alcun problema: i GAS sono un movimento trasversale ai partiti politici, alle lotte ecologiste, alle religioni e anche a strane sette. Ma abbiamo dovuto riscontrare che, tra queste persone, l'appartenenza ai GAS è vissuta in maniera debole, quasi sempre di secondo livello rispetto ad altri tipi di appartenenza. In pratica, ognuna di esse si sente prima di tutto no-inceneritore, o steineriana, o pallantiana, zeitgeistiana, oppure putiniana o chissà cos'altro, e solo in seconda battuta si sente gasista.

Il motivo è naturale: si passano assieme agli altri gasisti poche ore al mese, le modalità di azione sono tendenzialmente dolci e non-violente, pochi GAS organizzano riunioni motivazionali, e in ogni caso il fanatismo, sempre presente nelle pseudo-sette, non è nelle corde dei GAS.

Questo fatto fa sì che, nel momento in cui una famiglia entra in crisi per problemi di salute o di lavoro, se è costretta a tagliare qualche attività che assorbe tempo e/o denaro, il GAS è sempre in testa nella lista dei tagli.

3.3 Le relazioni controproducenti: il traino, la gerarchia, la strumentalizzazione

Anche sul versante delle relazioni, punto di forza dei GAS, non tutto ciò che succede è positivo. Molto spesso si instaurano delle relazioni malate, soprattutto tra i membri del GAS, che portano a notevoli stress, invece che renderci la vita più serena.

Il traino

Il caso tipico è quello del traino, ovvero la situazione in cui ci sono pochi membri del GAS a svolgere tutte le funzioni operative, dal trasporto dei beni alla loro consegna, magari dopo divisione dei lotti familiari, dall'incasso presso gli acquirenti al pagamento dei fornitori, mentre la maggioranza utilizza il GAS come un negozio, fingendo di ignorare che tutta l'organizzazione si regge sul lavoro non pagato degli attivisti più impegnati.

Aggiungiamo che spesso gli elementi più polemici, lamentosi per la qualità dei prodotti o per il loro prezzo (sempre elevato se paragonato a quello dei supermercati o peggio dei discount), si trovano tra coloro che non fanno niente per la collettività. Si scatenano in genere delle interazioni che rendono l'ambiente non sereno e collaborativo: gli attivisti tendono a proteggere i fornitori dalle critiche dei ' trainati', mentre questi ultimi percepiscono come pericoloso o disonesto il legame tra i membri attivi e il fornitore, che nella loro distorta visione economica convenzionale, appare come ' una controparte' e non come un alleato o un presidio da difendere.

La leadership

Altro caso di relazioni malsane è quello della leadership indebita. I GAS sono in genere gruppi fortemente orizzontali, quando non addirittura di fatto anarchici (nel senso nobile del termine). Se si verifica la situazione di traino sopra descritta è inevitabile un dislivello di potere, almeno percepito, soprattutto quando il leader è una persona sola.

L'interazione che ne nasce può non avere sbocchi: avviene che il/i leader si trovi in una situazione particolarmente frustrante, perché da un lato è costretto a svolgere gran parte del lavoro, e dall'altro viene accusato contemporaneamente di accentramento.

La soluzione per entrambe queste situazioni è la divisione delle responsabilità a un numero il più elevato possibile di membri del GAS, tenendo conto che l'orizzontalità ha comunque dei limiti fisiologici. Non è comunque possibile risollevare contesti danneggiati irreparabilmente.

La strumentalizzazione

Un'interazione molto subdola e pericolosa per l'ambiente è la strumentalizzazione, che avviene quando il GAS è percepito da qualcuno come una tribuna o il trampolino per propagandare e diffondere un'ideologia, un'iniziativa o una delle bizzarre sette prima accennate, collaterale anche se affine al GAS.

Nel caso le relazioni sfocino in un conflitto insanabile, si verifica la scissione, con le conseguenze che descriveremo in seguito.

3.4 Gli apporti professionali controproducenti

Un tipico aderente dei GAS è il professionista o il dirigente di successo. Molto spesso di reddito medio/alto, ancor più spesso scontento dal proprio lavoro, molto critico nei confronti del sistema capitalistico e delle sue ingiustizie.

Di frequente è digiuno di militanza politica attiva, per cui non ha esperienza di lavoro in strutture non gerarchiche, né una storia di riflessioni, approfondimenti, successi e fallimenti tipici di questa categoria. È però ansioso di apportare a questo movimento le proprie competenze professionali, spesso notevoli, ma altrettanto spesso specialistiche e inutili alla causa.

Così i GAS si trovano invasi da moltitudini di avvocati, grafici, pubblicitari, manager, commercialisti, architetti eccetera. Ciascuno di questi in pochi istanti si fa un'idea precisa sul movimento e sulle sue carenze, che guarda caso coincidono con il proprio ambito di conoscenze, e ritiene di poter spendere le proprie competenze, acquisite in territorio nemico, all’interno dei movimenti.

Va tutto bene fino a che ci si limita a realizzare operazioni di secondo piano ma non dannose, come il logo del GAS, i volantini per un'iniziativa, un sistema di incassi/pagamenti complicato ma efficace: queste collaborazioni sono utili anche solo per l'ambiente collaborativo che creano.

Diventa tutto più difficile quando queste competenze influenzano le fondamenta strategiche del GAS. È il caso per esempio dell'avvocato/commercialista che fa pressioni per una forma giuridica arzigogolata ma non adatta, o del manager che impone pratiche simil -aziendali, come gruppi di lavoro gerarchici, riunioni motivazionali, coaching, budget e obiettivi.

Tipico è anche il caso degli operatori della comunicazione [7] che spingono per far adottare ai vari circuiti GAS locali, provinciali, regionali, nazionale, le tecniche di persuasione di massa della peggiore pubblicità. Tutto questo rischia di snaturare un gruppo nato chiaramente con scopi alieni dal profitto.

3.5 Il gigantismo e l' iper -frazionamento

Se chiedete a un gasista qual è il numero ideale di famiglie per un GAS, la risposta che otterrete sarà sempre venti. Questo numero è confermato nelle opinioni dei GAS veronesi, ma la stessa sensazione è diffusa in tutta Italia. Non si comprendono le cause tecniche di questo valore, ma almeno possiamo contare su un'identità di vedute.

È curioso notare, invece, che nella realtà dei fatti, pochissimi GAS hanno un numero vicino a venti partecipanti. Il motivo è che in molti GAS sono circa venti i partecipanti attivi, e sono molti di più quelli trainati, per cui le relazioni positive si instaurano tra una ventina di persone che si frequentano, mentre le altre sono bellamente ignorate.

Ancora, molto spesso un GAS molto grosso è frazionato in piccole unità locali o in sottogruppi tematici, in modo che la maggior parte delle interazioni avvenga tra gruppi di una ventina di persone, lasciando poche decisioni a riunioni plenarie spesso utilizzando il meccanismo della delega.

Altre volte però avvengono due eventi devianti: il gigantismo e la micronizzazione. Il primo caso avviene quando i concetti di massa critica e di economie di scala prendono il sopravvento e convincono i gasisti che un gruppo di grandi dimensioni sia una buona soluzione.

Sulla massa critica abbiamo già detto. L'economia di scala, il fondamento del capitalismo, si basa sul concetto che molte operazioni hanno un costo, e, all'aumentare della scala delle operazioni, questi costi si ripartiscono maggiormente incidendo sempre di meno sulle unità.

Magazzini più grandi, una logistica più razionale, persone impiegate a tempo parziale o a tempo pieno, con regolare stipendio, sono le conseguenze dirette di questa impostazione. Questa quadratura economica è raggiunta spesso a scapito dei rapporti umani, ma con la ferma convinzione di perseguire un obiettivo superiore.

Il compimento di questo percorso porta alla creazione di un'azienda, in genere una cooperativa, che affianca l'attività del Gas o che ne è l'essenza stessa. Spesso, però, nel tempo la logica economica prende il sopravvento, e diventa una giustificazione in sé: bisogna pagare gli stipendi, e onorare le fatture dei fornitori. In queste condizioni tutti gli obiettivi del GAS, tranne la massa critica, passano in secondo piano.

Ovviamente, utilizzando lo stratagemma dei sottogruppi, anche i GAS giganti possono trovare una relativa stabilità. In questo caso la differenza tra un grande GAS suddiviso in sottogruppi e alcuni piccoli GAS uniti in un coordinamento provinciale è molto sottile, e spesso sta solo nel nome.

Il caso opposto è quello del frazionamento, che avviene in seguito a conflitti del tutto personali. Spesso un GAS si riproduce per gemmazione, perché il numero dei partecipanti sta diventando eccessivo, ma questo è considerato un evento virtuoso.

Quando invece si fraziona in seguito a un conflitto, entra quasi immediatamente in difficoltà. La ferita dovuta al conflitto si fa sentire, e l'aumento delle incombenze dovute al taglio dei volontari è spesso pesante. A questo si aggiunge la difficoltà di raggiungere gli ordini minimi per certi produttori. Il passo successivo è l'estinzione.

Nella realtà veronese non si è mai verificato un episodio di gigantismo, mentre quello della micronizzazione, con relativa scomparsa, si è purtroppo verificato piuttosto spesso.

3.6 Età e censo: limiti alla voglia di cambiamento

Il limite forse maggiore del movimento dei GAS è quello di non essere veramente popolare e alla portata di tutte le categorie sociali. È purtroppo un limite strutturale, oltre che culturale: il “sistema supermercato”, proprio perché basato sullo sfruttamento della terra, del lavoro, delle economie di scala e delle aziende, proprio perché così rispondente al modello città , è intrinsecamente efficiente, e non c'è un modo etico per arrivare a quei livelli di prezzo, per quanti intermediari si riescano a saltare.

Per la particolarità dell'organizzazione di acquisto, il rapporto qualità/prezzo dei prodotti acquistati dal GAS è molto conveniente, ma il valore assoluto dei prezzi è medio/alto. Ne segue che la stragrande maggioranza degli aderenti appartiene a categorie di reddito medio/alte. [12]

Non è solo una questione economica: esistono anche famiglie con entrate modeste, che fanno sacrifici per accedere agli acquisti tramite GAS. Si tratta però di persone di cultura elevata, che hanno avuto tempo e modo di approfondire le tematiche etiche del gruppo.

Le classi più basse, anche quando arrivano a percepire redditi cospicui, in genere tendono a privilegiare acquisti tecnologici e che affermino il loro nuovo status di riferimento, come automobili e smartphone, mantenendo inalterato il basso standard qualitativo ed etico dei loro acquisti alimentari. Per questo è improbabile che vengano in contatto con i GAS, nemmeno per sbaglio. E quando questo contatto avviene, in genere si tratta di un dialogo tra sordi.

Una conseguenza di tutto ciò è la quasi totale assenza dei giovani. Censo economico/culturale elevato ed età media alta portano inevitabilmente a un ambiente tendenzialmente conservatore, anche se molti degli aderenti hanno una storia personale di militanza. La crisi dei GAS va letta anche in questa luce.

4. La risposta del capitalismo: l'omeostasi

Il sistema-GAS, abbiamo detto, nasce da un rifiuto delle pratiche tipiche del sistema capitalistico, come l'ingiustizia sociale, lo sfruttamento, la massificazione, il consumismo. È lecito dunque attendersi dal sistema sociale dominante una reazione alle pratiche del GAS.

Il sistema non è un blocco monolitico, un essere vivente dotato di volontà propria. Né è retto da un'oligarchia in grado di decidere per conto dell'intera umanità. Per cui la sua reazione non sarà quella che ci si aspetta da un essere dotato di intelligenza. Piuttosto, esso può essere considerato un sistema complesso, pertanto la sua azione sarà di tipo omeostatico.

L'omeostasi è la tendenza fisiologica di un sistema complesso a raggiungere una relativa stabilità delle sue forze interne. Una sorta di equilibrio dinamico, ovvero in grado di mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso dei precisi meccanismi autoregolatori.

La storia è piena di rivoluzioni assorbite dal sistema, e non serve ricordare come Eskimo e Clark's, capi di abbigliamento usati dai contestatori degli anni '60 e '70 del secolo scorso, siano divenuti in breve tempo oggetti di moda e di business.

La più efficace reazione omeostatica al fenomeno GAS è sicuramente la mistificazione, [3] ovvero la deformazione delle pratiche e del messaggio dei GAS, per poterli replicare agli occhi del pubblico superficiale. Le varie azioni di mistificazione non sono ordite da qualcuno con intenti dichiaratamente truffaldini, ma sono una reazione sistemica.

Di fronte alla sollecitazione dei GAS il sistema muta, e assume caratteristiche simili a quelle del suo aggressore, modificandosi giusto fino al limite di non perdere le proprie caratteristiche fondanti, che sono la globalizzazione, la massimizzazione dei consumi, la centralità del marketing. [4]

Un caso di omeostasi fallita è stato quello della grande azienda produttrice di trasformati di frutta che tempo fa approcciò i GAS veronesi. Erano convinti di fornire un prodotto naturale, adatto ai GAS, solo perché il loro settore era quello agro-industriale, sic et simpliciter. Così alcuni manager e manageresse in cravatta o tailleur si presentarono al coordinamento InterGAS, portando i loro powerpoint. E si stupirono della freddezza con cui furono accolti.

Il confronto fu per certi versi imbarazzante: “Lavorate frutta biologica ?” “No.” “Avete dei criteri minimi di rispetto della terra per i vostri fornitori?” “No.” “Avete identificato un giusto prezzo per compensare i vostri produttori?” “No.” “Grazie, arrivederci”. Ancor oggi manager e manageresse si stanno chiedendo cosa ci fosse di sbagliato nei loro powerpoint.

Quest'iniziativa non ebbe successo perché l'azienda di succhi di frutta fece l'errore di rivolgersi direttamente ai GAS. [5] In peccò di sopravvalutazione il fenomeno dal punto di vista numerico (come detto, in Italia i GAS raccolgono circa il tre per mille della popolazione) e ma anche di sopravvalutazione di sé stessa, ritenendo che la naturalità della sua proposta fosse sufficiente a conquistare una nicchia di mercato così radicale.

Ma la reazione omeostatica ha avuto successi enormi in altri casi, quando le aziende, invece che puntare ai GAS, ne hanno imitato superficialmente il comportamento, conquistando non i membri dei GAS, ma la fascia immediatamente a ridosso, ancora sensibile alle tematiche socio-ambientaliste, ben più numerosa e meno corazzata intellettualmente, quindi più facile da abbindolare.

Per esempio, se si riducono le motivazioni dei GAS al risparmio economico, ecco Groupon, il portale web dedicato ai gruppi d’acquisto, che permette agli iscritti di accedere a offerte di buoni-sconto utilizzabili presso aziende locali o nazionali. Si tratta della banale replicazione degli aspetti più deteriori dell'e-commerce, ma c'è il concetto di “Gruppo di acquisto”, e chi non ha mai vissuto all'interno di un GAS, può confondere le due cose, e cadere nella trappola.

Un altro esempio sono i mercatini a km-zero dei Coldiretti. Grazie ai GAS i consumatori sono molto più sensibili che in passato al percorso che fa il prodotto per arrivare al piatto. Così il sindacato agricolo più potente si appropria delle parole magiche kilometri e zero, e questo è sufficiente per attirare una massa di amanti della natura. Non importa che i coltivatori diretti italiani siano ostaggio delle multinazionali della chimica e del seme OGM brevettato, e quindi i loro prodotti siano quanto di più lontano ci possa essere dalla natura: il risultato in termini di immagine e di profitto è stato raggiunto.

Alla luce del concetto di omeostasi è possibile comprendere perché i GAS hanno fermato la loro crescita e soprattutto perché hanno fallito nel rappresentare un' alternativa al capitalismo.

Il loro tentativo di replicare le modalità del sistema sociale dominante, declinate però in chiave critica, in maniera dolce e dal basso, non è priva di un certo fascino. Ma questo tipo di azione, nel momento in cui è venuta alla luce, ha innescato una retroazione omeostatica, rappresentata soprattutto dall'imitazione e dalla mistificazione. Ora il sistema dominante ha mille branche che possono presentarsi al pubblico dicendo “io sono naturale”, “io sono rispettoso” etc., e il sistema GAS appare essere una tra le tante proposte. In questo modo è stato completamente disinnescato. Né potrà candidarsi a crescere indefinitamente, visto che le sue innate caratteristiche riducono di molto le sue potenzialità di crescita.

Per avere la meglio su un sistema complesso come il capitalismo occorre non scatenare l'omeostasi. Ciò significa creare un sistema alternativo che renda il sistema vigente obsoleto, e che, in quanto tale crolli “dolcemente”, senza rendersene conto. Ed è a questo riguardo che vogliamo introdurre il concetto di orto collettivo.

5. La ribellione dolce dell'orto collettivo

Gli orti collettivi sono luoghi, per lo più in città, dove le persone praticano al di là del concetto di proprietà privata, orti dove non esiste una suddivisione in appezzamenti per ogni singola persona, ma tutto il gruppo di persone che si dedica alla coltivazione condivide tutte le fasi di lavoro di tutto l’orto. [13]

Il concetto di orto collettivo è profondamente diverso dagli orti parcellizzati che molti comuni mettono a disposizione in genere a pensionati. Questi ultimi replicano in piccolo i comportamenti tipici del capitalismo, come la proprietà privata, l'esercizio esclusivo, la competizione.

Negli orti collettivi le regole di convivenza, di divisione del lavoro, la struttura orizzontale e l'autogestione sono le stesse che caratterizzano i GAS. Non è un caso che molto spesso queste esperienze nascano proprio all'interno dei GAS stessi.

Dal punto di vista sociale, gli orti collettivi rappresentano l'evoluzione del gruppo di acquisto, coniugando l'aspirazione al ritorno alla terra con la sperimentazione di nuove forme di collaborazione per superare l’individualismo sfrenato tipico del sistema sociale dominante.

Ma l'orto collettivo rappresenta qualcosa in più. La logica del GAS è quella di utilizzare i meccanismi del capitalismo per premiare alcune realtà più virtuose. Si tratta quindi di veicolare un flusso di denaro in una direzione specifica piuttosto che in un'altra, nella fattispecie verso un produttore noto e asseverato piuttosto che verso il supermercato.

Ma per gli acquisti solidali si usano gli strumenti del denaro e dell'acquisto, mutuati integralmente dall'economia convenzionale. I flussi di denaro, poi, nella quasi totalità originano dall'economia convenzionale: quasi tutti i membri del GAS (di seguito ci riferiremo a essi con la parola gasisti) ricavano da vivere lavorando al di fuori del circuito altro economico delle economie diverse, spesso presso multinazionali o presso le branche più soggette a critiche, come banche, assicurazioni, Grande Distribuzione Organizzata, case farmaceutiche, eccetera.

In questo contesto, la portata rivoluzionaria dei GAS si riduce all'intercettazione di una parte dei flussi finanziari che alimentano l'economia globalizzata, e la loro deviazione verso il circuito altroeconomico, quello fatto da piccole aziende agricole biologiche, botteghe del commercio equo-solidale, piccole aziende etiche di trasformati.

Anche raggiungendo la cosiddetta 'massa critica', si creerebbe comunque un tipo di economia fortemente dipendente dai flussi di denaro provenienti dal sistema dominante. Di qui la sua estrema sensibilità alla reazione omeostatica, che abbiamo visto essere in grado di neutralizzare il sistema GAS.

Gli orti collettivi, invece, hanno un contenuto economico parziale, ma rivoluzionario. Parziale perché nessuno intende campare solo grazie agli orti collettivi ** : rimangono molti ambiti che richiedono scambi in denaro, come i servizi di comunicazione, affitti, mutui, acqua, energia,...

Ma è rivoluzionario perché esce dagli scambi monetari, e questo significa uscire dall'economia capitalista. Significa uscire dal sistema fiscale, dalle statistiche che alimentano la pubblicità, dalla contabilità nazionale (e quindi dal calcolo del PIL), dalle regole non scritte e, talvolta, pure da quelle scritte.

Assomiglia a quel tipo di economia che anticamente veniva chiamata ' vivere di espedienti', e che oggi è diffusa in molti paesi del sudamerica sotto il nome di ' economia popolare'. Un'economia povera, ma non necessariamente frustrante, soprattutto quando è frutto di una scelta deliberata.

Con queste premesse, è difficile ipotizzare la reazione omeostatica del sistema dominante. L'azione degli orti collettivi non è quella di creare un sistema economico alternativo al capitalismo, ma sottrarsi alla realtà imperante, attraverso un modello diverso di collaborazione tra persone.

Chi coltiva collettivamente micro-orti di sussistenza non si mette contro il sistema, ma vi si sottrae. Questa invisibilità impedisce la retroazione omeostatica, perché non è stato alterato alcun equilibrio di partenza.

E comunque, questo sistema promette di ereditare tutte le caratteristiche positive dei GAS, ovvero le relazioni, la biodiversità, la struttura orizzontale e l'organizzazione reticolare, ma soprattutto sembra non essere soggetto alle loro debolezze.

6. La forza degli orti collettivi

6.1 Le relazioni

Gli orticoltori collettivi si uniscono per il desiderio di sperimentare il lavoro collettivo, la collaborazione al posto della competizione. Nelle primissime esperienze veronesi si incontrano persone sorridenti e disponibili a condividere un progetto e un lavoro comune anche se non si conoscono. È presumibile che l'aspetto sociale sia prevalente rispetto a quello economico e lavorativo, anche se non abbiamo dati in merito.

6.2 La biodiversità

Spesso si adottano tecniche di coltivazione il più vicine possibili agli equilibri naturali, prendendo ispirazione dalla permacultura, dall’agricoltura sinergica o da quella naturale di Masanobu Fukuoka, ma anche qui, come nei GAS, le scelte sono sensibilmente diverse da orto a orto. E variano anche le forme di aggregazione, e le modalità di acquisizione dei terreni: acquisto, affitto, comodato, contratti con enti pubblici, occupazione di spazi incolti in città o nella periferia.

La struttura orizzontale e l'organizzazione reticolare sono altre caratteristiche mutuate dai GAS: gli orti tendono a non avere leadership e a coordinarsi a livello locale con modalità di rete.

Probabilmente la diffusione dell'orto collettivo, soprattutto per quanto riguarda Verona, è ancora troppo acerba, almeno in questa forma simil -GAS. Non esiste pertanto una casistica esaustiva che permetta un'analisi approfondita.

Va detto però che le prime esperienze sembrano mostrare chiaramente che il sistema-orto-collettivo non soffre delle debolezze strutturali che hanno impedito ai GAS di esprimere tutta la loro potenzialità, che abbiamo elencato in precedenza e che possiamo riassumere in uno scopo utopico, un'appartenenza debole, in alcune relazioni e apporti professionali controproducenti, in problemi dimensionali e nell'assenza di giovani.

6.3 Non serve uno scopo utopico

La pratica di autoproduzione del cibo, il ritrovato contatto con la terra e la natura, la continua sperimentazione di pratiche innovative fanno sì che l'orto sia appagante in sé. Non c'è l'insoddisfazione che abbiamo riscontrato nei GAS, né quindi la frustrazione per non aver conseguito risultati politici di valore.

L'assenza di scopi di livello superiore genera persone più soddisfatte, e quindi più disponibili alla mutualità.

6.4 Appartenenza forte

È difficile non sentire un orto come proprio dopo aver lavorato ore e ore a stretto contatto con altre persone. È difficile anche perché passare molto tempo insieme favorisce l'identificazione con un progetto. Per questo è improbabile che steineriani, zeitgeistiani, putiniani riescano ad avere il sopravvento su una sana interazione basata sul lavoro, ma anche sul godimento dei suoi frutti.

Ma l'aspetto forse più rilevante dell'appartenenza agli orti è quello naturalistico. Nei GAS, abbiamo visto, la molla ambientale è forte, ma rimane sottotraccia. L'orto è invece pratica sana, all'aria aperta, ma implica anche una grande motivazione nella cura e nella tutela del territorio.

Alcuni orti urbani nascono prima di tutto come risposta al degrado e all'abbandono di suoli coltivabili, spesso anticamera di speculazioni edilizie. A Verona, per esempio, il FAI-Fondo Ambiente Italiano, per contrastare una speculazione all'interno del Parco dell'Adige, ha chiesto la collaborazione di un orto collettivo delle vicinanze.

L'obiettivo del FAI e degli ortolani è rendere frequentata in maniera eco-compatibile una zona lasciata colpevolmente abbandonata dalle istituzioni di Verona e, in virtù di questo abbandono, al centro di mire speculative. L'intervento dell'orto collettivo permetterà di allontanare da quel territorio, molto amato dai veronesi, la parola 'degrado', usata come odioso pretesto per un fantasioso e devastante progetto edilizio.

6.5 Relazioni sempre virtuose

Per i gasisti superficiali è facile scambiare un GAS per un negozio, poiché l'atto del pagamento della merce è percepito da molti come assolutorio e sufficiente. È vero che molti prestano la loro opera a titolo volontario, ma molti fanno ragionamenti di questo tipo: “si sa, nessuno fa niente per niente, e chissà quali pastette hanno organizzato questi volontari coi fornitori. E poi sono pensionati, e vanno lì perché non hanno di meglio da fare, non come me che lavoro.

Nell'orto collettivo, invece, le spese sono minime, e servono a pagare solo semi e mezzi tecnici. Per cui prelevare della verdura senza aver lavorato equivale più o meno a un furto: questo è il motivo per cui i profittatori, tanto temuti all'atto di costituzione di ogni orto collettivo, finora non hanno mai costituito un problema.

Certo, ci sono differenze di apporto tra chi ha più tempo e chi non ne ha, oppure tra chi ha più competenze e chi invece lavora in banca. Ma queste differenze sono state sempre, finora, ampiamente all'interno della tollerabilità.

La strumentalizzazione di cui al punto 3.3, poi, risulta di difficile attuazione: troppo pochi gli adepti da strumentalizzare, e troppo lavoro da fare. Meglio cercare altri gruppi meno faticosi.

6.6 Professionisti e dirigenti umili

A meno che uno non sia agricoltore, è difficile che esistano orticoltori che ritengano di avere competenze superiori maturate in altri ambiti. Così grafici, avvocati, pubblicitari, scienziati, commercialisti eccetera hanno un atteggiamento più umile, e i rapporti scivolano lisci e sani.

6.7 Nessun problema dimensionale

Il campo da coltivare costituisce il limite: se è piccolo, darà da mangiare a poche persone, se è grande, ci sarà molto da lavorare ma si potrà essere in molti. L'orto collettivo non ha numeri ideali né tende a deviare verso dimensioni insensate.

6.8 Reazione anticiclica

Al contrario del GAS, in cui la perdita o il ridimensionamento del reddito pregiudicano la partecipazione del nucleo familiare interessato, la partecipazione agli orti è stimolata e non scoraggiata dalla crisi. Più tempo a disposizione, un reddito integrativo, non monetario, talvolta tutt'altro che disprezzabile, sono una forza di questa pratica. Non dobbiamo temere quindi che una crisi economica ne impedisca lo sviluppo.

6.9 Età e censo: non più limiti alla voglia di cambiamento

Quando parlavamo di GAS ci eravamo chiesti dove fossero i giovani. La risposta è che, probabilmente, erano andati a coltivare gli orti. Per coltivare l'orto non occorre disporre di redditi elevati. Anzi, chi dispone di più tempo libero, perché disoccupato o sottoccupato, dà un apporto maggiore. E questa, purtroppo, è la condizione imperante nei giovani in questo periodo.

Orticoltori e orticoltrici appartengono a tutte le classi sociali, e finalmente ci sono tanti giovani. Ed è un bene, perché questa pratica ha bisogno anche di un futuro.

Note:

(*)Beppe Grillo è il fondatore e l'esponente di uno dei principali movimenti politici italiani, il Movimento 5 stelle. Alle ultime elezioni politiche ha preso il 23% dei voti.

(* *) Questa affermazione è vera se si esclude qualche esperimento in cui un agricoltore professionista gestisce un orto di grandi dimensioni e gli orticoltori si autotassano per pagargli uno stipendio. Questa fattispecie è comunque al confine tra l'orto collettivo e il GAS


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