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N. 7 • 2010

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N’Dem: Bougainville sulla sabbia, Spiritualità, amore e lavoro alla radice dell'autosviluppo

Serena Sartori
Dahra di N’Dem- Senegal
febbraio 2009

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Siamo ritornati qui da quattro giorni, venendo da S. Louis dove abbiamo toccato con mano l’atrocità della condizione dei giovani in questo paese e in questo continente.

Annichiliti dall’indigenza, dall’impotenza e dalla perdita di speranza di futuro possibile.

Una sindrome acuta, dovuta alle catene di violenze subite in secoli di colonizzazione e neocolonizzazione e alle costanti false promesse di un governo corrotto e bugiardo.

Una sindrome che viene dolorosamente acutizzata dagli incontri con europei presenti nel paese per varie ragioni, troppo spesso arroganti e sprezzanti nei confronti della popolazione locale.

In questi pochi giorni di vacanza abbiamo incontrato giovani senegalesi straordinari e orgogliosi, atrocemente consapevoli, che tentano di trovare soluzioni nelle spiagge di S. Louis, antica capitale sulle sponde di uno dei mari più pescosi del pianeta ma invaso da navi giapponesi, arabe e quant’altro, con diritto di pesca per un accordo con il governo, a scapito della popolazione locale di poverissimi pescatori.

Questi giovani che si rifiutano di abbandonare il paese hanno creato piccoli punti di ristoro in riva all’oceano sotto tettoie di paglia e panche inventate con legno consunto dei relitti. Siti particolari per turisti particolari come noi, dove sopravvivono cucinando il pesce, offrendo una tazza di caffè e un po’ d’ombra di fronte l’oceano.

Abbiamo passato pomeriggi interi sulla spiaggia ascoltando confessioni e sfoghi accorati di giovani che ci hanno dolorosamente colpiti con il loro stupore felice di trovare europei gentili, attenti e curiosi. Esperienza che, a sentir loro, è cosa rara.

E’ stato tutto un offrire piccole cose, arrivando a rifiutare, loro che conoscono la più estrema delle povertà, il pagamento di un caffè, di una collanina :

“No, pour gens comme vous c’est la teranga”.

La “teranga” è la famosa ospitalità, orgoglio del Senegal, che però bisogna saper meritare.

E che abbiamo fatto noi per meritarla?

Niente più che ascoltare, raccontare, chiedere, forse capire, e rispettare, stare assieme.

Ho visto le lacrime negli occhi di questo giovane Babacar quando si è visto negare il saluto e rifiutare il caffè che stava offrendo, da una coppia di giovani francesi che con un gesto l’hanno scacciato.

Scacciato!

Qui nella sua terra, nel suo angolo accogliente imbastito con orgogliosa speranza di fronte all’oceano !

“C’ètait seulement un bonjour chez nous, je ne suis pas un chien...”

Dice loro desolato, ma i due gli voltano le spalle.

Dapprima sento una rabbia antica rimescolarmi di fronte a tanta arroganza., ma poi cerco di capire... forse la loro è solo paura, paura di essere assaliti da una questua, da offerte di tutti i tipi, paura di essere considerati solo dei ricchi “tubab” (bianchi).

Capisco sì, anch' io talvolta avverto lo stesso timore di sentirmi solamente una portatrice di qualche soldo facile, ma non si ha diritto di venire in terre come questa senza affrontare anche questa paura, non si ha il diritto di fare vacanze in pace in un luogo dove si muore di fame, dove la gente lotta per un disperato tentativo di futuro degno, senza emigrare, senza abbandonare la propria terra.

Un sorriso, un saluto, a volte un abbraccio non costano niente eppure sembrano costare sempre di più a questi visi pallidi che cercano la quiete della contemplazione in un angolo magnifico di oceano “incontaminato”.

Al pomeriggio Hassan, un amico di Babacar che gira con una piccola borsa piena di collanine e monili, si siede accanto a noi, non apre la sua borsa ma il suo cuore e comincia a parlare e parlare, come un fiume in piena regala un pezzo doloroso d’anima a questi due “vieux tubab” che sembrano capirlo, che sembrano avere voglia di ascoltarlo.

“…Questo è diventato l’inferno per noi, senza futuro, senza speranza, un governo corrotto che vuole vendere la nostra costa ai francesi...domani arrivano imprenditori francesi, forse il figlio di Mitterrand, stanno promettendo la ricostruzione del ponte pericolante di S.Louis, ma cosa vogliono in cambio ? Le spiagge, le nostre spiagge, questa spiaggia che è casa mia, casa nostra – mentre parla e parla ascolto sullo sfondo il fragore delle onde di questo magnifico oceano che sembrano commentare quello che questo ragazzo dal volto scuro, bello e scolpito sta dicendo – e noi ? Portano per lavorare la loro gente o gente di Dakar raccomandata da questo e quello, per noi non ci sarà lavoro ma solo più miseria e la perdita anche di questo angolo, che è la nostra vita, che è la nostra sola ricchezza - e con un gesto desolato mostra la lunga splendida spiaggia quasi deserta, le tettoie ombrose di vecchia paglia consumata dal salmastro, le panche rimediate da pezzi di legno corrosi dall’oceano, il fornelletto con l’eterno pentolino per il caffè e il suo amico Babacar che annuisce in silenzio – - io non voglio partire, amo questa mia terra dove sono nato, il mio mare...ma così non posso nemmeno sposarmi, fare figli…creare altra fame, altra disperazione? Ci resta la fede, la fede per non impazzire, ci attacchiamo alla nostra storia, ai nostri santi, alle nostre pratiche religiose per dire a noi stessi che esistiamo e che possiamo sperare, credendo con tutte le forze che ci rimangono ad una dimensione altra dove tutto questo sia premiato…”

Parla e parla ancora, e racconta di sè, della sua famiglia di pescatori che non capisce perché a ventiquattro anni non abbia ancora fatto nè famiglia né figli, una crudele straordinaria lucidità gli fa brillare gli occhi di una luce febbrile fino all’imbrunire, quando con un sorriso luminoso ci dice:

“Merci, merci, grazie, mi ha fatto bene aprire il cuore con qualcuno che capisce, mi ha dato forza, tornate ! Tornate ! Abbiamo bisogno di gente come voi ! ”

Gente come noi ? Cosa abbiamo fatto noi qui in questo luogo ?

Regalato tempo e ascolto a chi non ne ha da nessuno, a dei giovani che vorrebbero solo vivere con dignità nella loro terra ?

Ma loro stessi ci hanno regalato affetto, calore, vita, assieme all’ombra, ai caffè bollenti sotto la calura, l’odore acuto del loro mare la cui visione ci è stata offerta come una perla rara!

Con loro abbiamo vissuto momenti di intensa umanità, ai quali questa disperazione non ha tolto né sorriso né riso né voglia di stare assieme, di regalare.

Un’umanità densa e spessa che spiazza ogni luogo comune e ci obbliga ancora una volta a riflettere su di noi, noi che laggiù ci lamentiamo della “perdita del potere d’acquisto” !

Acquisto di roba e roba e roba sempre più falsamente necessaria mentre ci stiamo spaventosamente impoverendo di capacità di stare, amare, raccontare, progettare assieme e assieme coltivare l’agrodolce sapore del vivere.

Abbiamo cercato di parlare loro di N’Dem, di quel luogo di speranza attiva che N’Dem è diventato, un esempio di sviluppo autoctono, dignitoso, creativo, straordinario.

Si sono ripromessi di andarci e conoscere qualcosa della propria terra di cui andare fieri.

Adesso siamo di nuovo qui tra le “cases” (piccole costruzioni di mattoni artigianali d’argilla seccata ) bianche del Dahra di N’dem.

A 130 km da Dakar, a 15 km di pista rossa dalla città di Bambey, nella secca regione di Djourbel. Sul limite del bordo arido del Sahel.

Il Dahra è il villaggio spirituale che ospita la comunità Bay Fall, la cui guida è Babacar Mbow.

Il Dahra è separato dal villaggio vero e proprio solo da una staccionata di paglia.

Le scuole, il dispensario medico, gli atelier di artigianato, la colonna d’acquedotto e molto altro sono in comune.

Nel Dahra abitano una trentina di famiglie per un numero complessivo di poco più di un centinaio di persone: una comunità sufi oggi protagonista di uno dei progetti di sviluppo autoctono, fertile e innovativo, più interessanti dell’Africa intera.

Il sufismo è la corrente del misticismo islamico, corrente esoterica che lo pervade fin dai primordi. Il sufismo (da tasawouf, abito di lana grezza indossato dai primi sufi, quindi abbigliamento sobrio di chi relativizza l’aspetto materiale dell’esistenza) ha attraversato i secoli costituendo il cuore delle non molte confraternite tradizionali.

Si tratta di comunità che hanno spesso raggiunto dimensioni transnazionali e raccolto milioni di fedeli dall’Africa all’Estremo Oriente, fondate da un santo rimasto punto di riferimento inossidabile, iniziatore di una lunga catena di Cheikh (maestri affiliati) che ne tengono vivo lo spirito e accolgono nella turuk (confraternita, ma più propriamente Via) il credente che si mostri pronto e disponibile.

Qui a N’dem a febbraio nelle ore di canicola il caldo si fa sentire ma è sopportabile, per il resto la temperatura è accettabile e la sera e al mattino fa un fresco straordinario.

Alterniamo momenti di riposo forzato dal caldo a momenti straordinari di incontro.

I molti tubab (bianchi) che si alternano qui in un crocevia di incontri, scambi e progettualità sono spesso persone eccezionali, piene di inquietudini fertili, consapevolezze e ideali che si fanno pratica…non a caso sono venuti qui!

Chi per sostenere un nuovo o vecchio progetto di sviluppo delle tante attività che sono le ramificazioni dell’esistenza di questo luogo, chi per dare una mano negli atelier di artigianato, chi per documentare con foto, video, film, chi per fare formazione a diverso livello: agrario, stilistico, informatico, medico ecc.

E chi solo per conoscere questo luogo di cui ha sentito tanto parlare…

E grande costruttore della forza di questi incontri è Serigne (questo è il titolo delle guide spirituali ) Babacar Mbow, marabut, guida spirituale, coordinatore, ideatore e cemento della forza di questo luogo.

Due grandi occhi carismatici e luminosi, un sorriso sereno e allegro in un volto scuro e scolpito, una stoffa blu a coprirgli fino alle spalle i lunghi dread grigi, un bou- bou blu e azzurro gli avvolge il corpo magro sempre in movimento, una voce profonda con cui passa dal wolof al francese colto di chi ha studiato in Francia, a frasi in inglese quando è necessario.

La sua presenza rende ogni pranzo attorno ai piatti comuni, all’ombra delle tettoie di paglia, un momento di profonda comunicazione e riflessione. In tanti anni che ci frequentiamo non ha mai finito di stupirmi per la sua capacità di interessarsi a tutto e a tutti, di avere attenzione per ognuno e ogni cosa.

Sono arrivata qui quasi per caso la prima volta nel 1997, per una tournèe senegalese dello spettacolo italo-svizzero-burkinabè “La Nuit d’Orphèe” di cui avevo curato la regia. Il cantore senegalese che lavorava nello spettacolo ci propose di fare una tappa in un piccolo villaggio dove alcuni amici gestivano un progetto di sviluppo particolarissimo.

Così cominciai a conoscere la storia di questo luogo che è diventata ormai leggenda.

Circa ventisei anni fa, dopo anni di asilo politico in Francia, il giovane studente Babacar Mbow decise di intraprendere il cammino a ritroso sulle orme del suo bisnonno Maam Samba, fondatore e guida spirituale del villaggio di N’Dem. Durante il suo soggiorno in Francia l’avo continuava a visitarlo in sogno chiedendogli di ritornare nella sua terra per salvare il paese tormentato e minacciato dalla siccità e dall’esodo massiccio.

Dopo un lungo travaglio Babacar decise di ritornare a N’Dem con la sua compagna francese incinta e la loro piccola figlia di due anni.

Senza soldi, senza progetti, con una grande fede ritrovata, un cammino spirituale intrapreso nella via Bay Fall.

I Bay Fall ( letteralmente Padre Fall ) sono una confraternita Mouride e il Mouridismo è una delle tre correnti dell’Islam Senegalese.

Il fondatore di questa particolare via è Cheick Ibra Fall, discepolo del grande Santo Mouride Check Amadou Bamba, idolatrato da una grandissima parte dei Senegalesi nella sua città Santa, Touba, oggi considerata la Mecca d’Africa.

I Baye Fall si differenziano dall’Islam canonico per la loro scelta di sostituire i dogmi islamici (le cinque preghiere con abluzioni, il Ramadam, la frequentazione della Moschea ecc ) con la mistica del lavoro.

Lavoro come preghiera, come innalzamento a Dio.

Lavoro come dedizione, come bellezza, come amore, come trasformazione, come elevazione dello spirito.

Quando i giovani Babacar e Aissa e la loro piccola figlia Jamila sono arrivati a N’Dem, per discrezione non sono entrati nel villaggio, ma hanno costruito la loro capanna un po’ fuori, in mezzo ai cespugli aridi, poco lontano dal grande baobab piantato dal bisnonno, il fondatore del villaggio stesso.

Volevano solo ritirarsi nella contemplazione e nella preghiera - dice Babacar oggi - ma il Grande Disegno non era quello.

Nel villaggio erano rimaste solo donne, vecchi e bambini.

Gli uomini, i giovani, tutti partiti o in partenza per Dakar, per l’estero, alla ricerca di qualche lavoro per mantenere la famiglia.

Il villaggio N’Dem era davvero destinato a scomparire.

Poi poco a poco le donne del villaggio hanno cominciato ad avvicinarsi a quella strana coppia, a chiedere piccoli consigli soprattutto per la salute dei bimbi, sempre in pericolo, a parlare della loro disperazione.

Tutto è cominciato così: dapprima un legame di fiducia e poi un’Associazione con le donne per fare piccoli passi di miglioramento delle condizioni terribili in cui versavano.

Il primo passo fu quello di cercare qualcuno che finanziasse la trivellazione di un pozzo per dare acqua buona.

L’acqua, la sorgente di ogni mutamento e speranza in terre di siccità.

L’unica acqua era quella del vecchio pozzo nel centro del villaggio, col secchio a corda tirato dall’asino e raccolta dalle donne. Un’ acqua migliore solo a 5/6 km a piedi con i recipienti sulla testa. L’acqua di N’dem era un’acqua salmastra che anneriva i denti, bruciava i raccolti e dissetava solo se bollita.

Quando una ONG francese ha finalmente finanziato il forage e costruito la cisterna per l’acqua, subito si sono affrontate le urgenze della collettività.

Presto fu creato l’atelier di tessitura e couture artigianale Maam Samba, con la costruzione di due piccole strutture di mattoni di argilla secca dipinte di bianco e col tetto di lamiera ricoperto di paglia, un po’ discoste dal Dahra e dal villaggio, a fianco del grande baobab.

In questo primo atelier si iniziò a tingere i tessuti tradizionali di cotone a strisce lavorato al telaio, con colori sia naturali che chimici e a cucire e confezionare i primi prodotti.

Dalla crescente attività dell’atelier riuscirono a fondare l’Association des Villageois de N’Dem, che raggruppò dapprima decine poi centinaia di persone fino a farle diventare oggi circa 4000 con il coinvolgimento di altri 15 villaggi, trasformandosi poi in ONG.

Grazie alle prime entrate si creò subito un elementare dispensaire (ambulatorio) medico per primi soccorsi, visto che l’unico era quello di Bambey a 30 km di pista.

Una scuola elementare per dare istruzione ai bambini e ai ragazzi spesso analfabeti. L’unica scuola della zona era a decine e decine di kilometri di distanza.

Ma restava la necessità di dare lavoro.

Di fare tornare gli uomini, di ridare identità ad una popolazione agricola e stanziale.

Nacquero quindi i primi atelier di artigianato con materiali diversi ( cuoio, legno, ferro battuto, vimini ecc. )

Le piccole cases bianche diventarono un agglomerato occupato in una fervente attività.

I tessuti di cotone tradizionali a telaio vennero rivisitati alla luce della cultura Bay Fall.

E’ infatti costume di questa confraternita vestirsi con stoffe che definiremmo patch-work, ma che loro chiamano “Gniaxass”.

Pezze di colori diversi che compongono tessuti arcobaleno. Le pezze come simbolo di povertà e rinuncia.

Su idea di Aissa e di sua madre Geneviève che lavorava nell’artigianato in Francia, vengono fatti conoscere in Europa i primi tessuti di N’Dem oggi tanto famosi.

Stoffe tinte e mano dalle donne del villaggio con colori brillanti accostati con grande gusto, tono su tono e composti con forme geometriche per dare vita a copriletti, coperte, ponchos, cuscini ecc. Merce che suscita un crescente interesse nel mercato equo solidale, e non solo, europeo.

E i primi uomini cominciarono a tornare per occupare i primi posti di lavoro.

Babacar inizia a comprendere qual è il compito a cui è stato richiamato: inizia a progettare via via osando, e poco a poco il Dahra si popola di gorial (discepoli) collaboratori e lavoratori, e si costruiscono nuove case per accogliere le famiglie che si stanno formando.

Inizia ad esserci lavoro per quaranta persone agli atelier e il lavoro comincia a coinvolgere i villaggi vicini. Da una parte si tessono a telaio diversi tessuti, da un’altra si ricomincia a lavorare l’argilla per vasellame e oggetti, da altre si coltivano le zucche ( che poi saranno decorate o usate per la cucina), in altri villaggi si inizia a proporre una collaborazione agricola al progetto.

Babacar cerca di interrogarsi sull’identità della popolazione del luogo e accosta all’artigianato la coltivazione della terra.

Cerca collaborazioni con diverse ONG che trattano il problema della coltivazione in terre desertiche e si inizia a produrre almeno per il fabbisogno del Dahra e del villaggio stesso.

Un crescendo di attività dalle quali scaturiscono altre attività fino alla vastità del progetto attuale.

Mentre scrivo guardo davanti a me la vecchia bottiglia di plastica opaca dall’uso che oggi ci hanno portato. Acqua da bere poco a poco, l’acqua benedetta dal vecchio marabout ospite nel Dahra. Per guarire, dicono, più in fretta da una convalescenza debilitante.

Serigne Babacar, con la consueta acutezza toccante, dopo avercela fatta consegnare è passato leggero come sempre e con un caldo sorriso per dirci :

“…io so che forse per voi le preghiere sono una cosa diversa da quello che sono per noi...ma questo è quello in cui noi più crediamo ed è proprio questo che abbiamo voglia di regalarvi per condividerlo con voi in nome della grande amicizia e dell’amore che sentiamo e che ci lega con forza da quando ci siamo incontrati…”

E questo è il linguaggio che io posso comprendere fino in fondo anche in luoghi come questo, dove vivo in un’altalena continua di profonda intima familiarità e totale disorientante estraneità.

Poi Aissa sua moglie, una volta francese e ora senegalese dalla pelle bianca, la sua compagna e pilastro di questo luogo, nella calura della tarda mattinata alta magra ed elegante nelle sue vesti a pezze variopinte, i lunghissimi dread ancora biondi coperti da un tessuto degli stessi colori, ha accompagnato da noi il vecchio marabut.

Un vecchio uomo piccolo e dalla pelle chiara rispetto agli altri che vivono qui, la barba e capelli bianchi svolazzanti sotto un copricapo rotondo e dorato, con un gran bou-bou bianco, una straordinaria pace nel volto rugoso e negli occhi infantili.

Si è seduto nella poltroncina di legno azzurro sprofondata nella sabbia all’ombra della grande casa “penku” ( sole che si leva ) che io stessa ho fatto costruire anni fa nel Dahra e dove ora siamo ospiti.

Lui seduto, e noi ovviamente abbiamo finito coll’inginocchiarci davanti a lui come gli altri per prendere le sue benedizioni, con la traduzione sommessa di Aissa che contemporaneamente ci dava le istruzioni sui gesti da compiere.

Con le mani a coppa abbiamo raccolto le sue parole sommesse

” io non posso fare niente per voi, per la vostra salute ma voi sì, dovete pregare quello in cui credete e lasciar riposare il disordine che la malattia ha creato..” Poi ha sputacchiato sui nostri palmi aperti la sua “Baraka”, la sua santità, mormorando preghiere.

Gesti antichi come la sua pelle nocciola grinzosa di legno consunto e le vecchie perle dei suoi occhi chiari opacizzati dal glaucoma.

Aissa sempre a bassa voce ci indicava a gesti come “lavarci” il viso nella sua “Baraka”.

Ancora una volta eccomi - io agnostica, laica convinta- a zittire la mia coscienza critica sempre pronta ad ascoltare il chiacchiericcio petulante della ragione.

Voglio vivere il momento cosi com’è, un regalo di gente che amo e alla quale da ormai tanti anni sono legata da una profondissima stima e ammirazione.

E’ un atto d’amore semplice e trasparente che mi permette di conoscere una dimensione alla quale sarei estranea.

E mi reputo ancora una volta così fortunata nell’avere trovato, in questa mia ricerca senza fine, legami cosi straordinari che mi obbligano a mettere costantemente in discussione certezze e pregiudizi.

Nel caso di N’Dem la massima marxista della religione come oppio dei popoli viene a cadere in contraddizione. In questo luogo essa significa risveglio lucido e attivo verso una dignità di sviluppo, di lavoro, di collettività, di generosità e creatività davvero straordinarie, in un contesto che non ha certo la pretesa di “evangelizzare” o “islamizzare” proprio nessuno.

La via Sufi nell’Islam è la porta aperta all’universalità dei credo e della centralità dell’amore.

Amore nel senso mistico, inteso come pace, tolleranza, armonia, comprensione, unione, dedizione all’altro.

Sono commossa, come sempre mi capita di fronte all’innocenza dello sguardo di questo vecchio, l’innocenza di chi non ha dubbi di ciò che unisce noi e lui .

Considero quest’acqua un vero regalo che non berrò, per rispetto a chi crede.

Qui a N’Dem non c’è confine tra una dimensione e l’altra.

A pranzo, con Babacar e Aissa, sotto la tettoia all’ombra, la calura abbagliante tutt’attorno, la sabbia rovente, il piatto grande in mezzo a tutti noi quanti siamo, ogni volta diversi, le loro dita nodose che veloci sminuzzano il cibo gettando nel nostro lato i bocconi migliori. Ad ogni pasto atti di dono e le storie, i ricordi incrociati delle nostre vite in qualche modo simili.

“..siamo nella stessa via” dice Babacar “..noi e voi, nella differenza, e la vostra amicizia ci è sorgente preziosa anche nella distanza, anche nel silenzio di ciò che non ci diciamo…nei momenti di difficoltà sapere che ci siete è per noi motivo di forza…”

Lo ascolto, stupita della profonda sintonia.

Ognuna delle parole che dice potrei dirla io tanto corrisponde a ciò che sento quando sono in Europa.

Mentre parla e racconta, accompagnata dalla sua voce profonda guardo le cases attorno a noi, quadrate bianche piccole e meno piccole, con coperture di paglia a coprire la toiture di zinco, ognuna con un piccolo recinto in canne che delimita la privacy di ogni nucleo famigliare. Dentro al recinto bougainville e cespugli annaffiati ogni sera con cura con acqua di recupero. Le cases sono attorniate dalla sabbia accecante appena fuori dalla zona d’ombra che ci protegge e dalle le finestre azzurre sventolano nella brezza rovente le tende leggere di tessuto di velo Malikan dai colori magnifici di N’Dem, arancio, blu, viola, verde.

Guardo queste incredibili bougainville variopinte in armonia con le tende, piante verdi, cespugli fioriti, alberi sempreverdi, agave, aloe vera coltivata in decine e decine di vasi

( è allo studio un nuovo settore di produzione ).

Fiori ed alberi, testimonianza del miracolo di questo luogo strappato al deserto; una piccola coppa d’argilla grezza contiene l’acqua a cui si abbeverano uccelli di uno straordinario colore blu cangiante, attorno passeggiano cavalle indolenti e magre con i loro puledri, gruppi di agnelli affamati vagolano chiamando le madri lontane al pascolo fino a sera.

Urla acute dei pavoni e uccelli che svolazzano dappertutto attraversano lo spesso silenzio, sembra quasi che tutti gli uccelli del Baol siano venuti qui perché sanno di essere accolti con acqua, briciole e amore.

Armonicamente intrecciata a tutto questo, brulica oggi una comunità di quasi un centinaio tra uomini, donne, bambini e adolescenti che lavorano e lavorano senza sosta.

Arlecchini del deserto (così vengono chiamati talvolta) vestiti a pezze variopinte, i capelli intrecciati in spessi dread, i Bay Fall lavorano senza sosta poichè nella dedizione al lavoro sta la loro devozione mistica a Dio.

Talvolta anche durante il giorno qualcuno, lavorando, canta un roco sikkhar, il canto estatico dei diversi nomi di Allah .

“Ora et labora..” Chi era? S. Francesco? No, ma è lui il paragone che sempre mi assale. Una povertà francescana ma senza il senso del sacrificio e della sofferenza. Una povertà allegra, oserei dire.

Babacar continua a parlare in un francese fine e colto, alternando riflessioni spirituali a quelle sulla politica economica internazionale, domande e racconti. Nelle sue parole echeggia spesso la parola amore. L’amore di cui lui parla è motore di questo straordinario luogo e dei suoi innumerevoli progetti. Lui stesso sembra fatto di pasta d’amore. In ogni momento, lui responsabile del progetto da cui dipendono ormai migliaia di persone, guida e maestro sempre disponibile a chiunque e sempre presente per ogni problema, trova il tempo per cogliere qualche fiore da regalare, o per farti trovare davanti alla porta un bevanda fresca, o per sostare tenendo tra le mani un ventaglio di paglia con cui fare vento, come ora, a chi gli sta accanto.

Lo guardo durante il giorno mentre cammina parlando, consigliando, risolvendo, tra il Dhara e i suoi Gorial, il Bureau e i suoi computer, il villaggio accanto, gli atelier, le spedizioni da controllare, la boulangerie (il panificio) appena aperta da perfezionare, l’orto biologico da controllare con cura, la piccola fabbrica di combustibile biologico ( boulettes di impasto di argilla e polvere di scorza d’arachide ) con cui si sta aprendo una ulteriore nuova attività lavorativa e commerciale.

Lo vedo accanto ad Aissa mentre a bassa voce discutono soluzioni e responsabilità che ognuno assume o a elaborare nuovi documenti.

Indaffarato, ma sempre straordinariamente attento ai piccoli bisogni di ognuno, di un bimbo che piange, di una lite tra adolescenti, ai suoi tanti ospiti stranieri e a ciò di cui potrebbero sentire la mancanza.

Gli occhi scuri sembrano abbracciare ogni cosa con una consapevolezza rara.

Dove siamo ?

Conosco bene i Bay Fall che vagolano mendicando aggressivamente nel centro di Dakar o molti di quelli emigrati in Europa che talvolta si arroccano nelle loro divise estreme, grandi abiti stracciati, cinturoni enormi di cuoio, vistose collane da preghiera di legno e cuoio al collo con enormi ritratti dei loro Marabut o del loro Santo, fumando erba, bevendo malgrado gli interdetti, in una questua costante, enfatizzando una vita vissuta col majal (carità) di chiunque, ma con telefonini sofisticati, orologi modernissimi e gadget di ogni tipo.

Adolescenti nomadi che nascondono dietro una facciata mistica la loro incapacità di prendere responsabilità e lavoro.

Ma qui tutto è diverso.

Il Baol, la zona dove si situa N'Dem, è e resta terra disperata, una desertificazione maledetta che avanza ad una velocità paurosa sta costringendo all’esodo le giovani generazioni.

Dove poco più di vent’anni fa c’era foresta e animali selvaggi, ora c’è una rada sterpaglia bruciata, qualche baobab, pochissimi alberi e sabbia rovente che si alterna a terra rossa e secca.

Solo alla stagione delle piogge ( quando piove abbondantemente, cosa che spesso non capita più ) sembra che la natura urli la sua vita nascosta sotto alla sabbia, erba e verde esplodono dappertutto nascondendo villaggi, capanne e piste.

Dove c’è coltivazione di miglio, di arachide, tutto cresce ad una velocità furibonda quasi a sfruttare il poco tempo di acqua a disposizione.

Ma la fame è in agguato sempre e per tutti.

Due stagioni fa quasi non ha piovuto – mi dicono - niente miglio, che è una delle pochissime risorse locali e, come se non bastasse, c’è stata l’invasione delle cavallette che non hanno lasciato sul loro cammino nemmeno l’ombra di una foglia.

Ed è qui, in questo contesto che ora riesce a vivere, lavorare, curarsi e fare studiare i propri figli una popolazione di qualche migliaio di persone di 14 villaggi limitrofi.

Qui, dove si crea e produce in quantità il magnifico artigianato che ha fatto diventare famoso N’Dem in Africa ed in Europa.

Qui, dove si sta sviluppando la coltivazione goccia a goccia per il fabbisogno del villaggio e per la vendita nei mercati vicini.

Qui, dove l’attuale dispensaire medico, curato come un piccolo ospedale, con quattro letti per ricoveri d’urgenza e quattro per la sala parto, pulito e fornito di strutture, farmaci, una cassa mutua autogestita, infermiere e levatrici formate, sta accogliendo e curando gli abitanti di un circondario di trenta villaggi e all’occorrenza trasportando chi ne ha bisogno fino all’ospedale di Thiès a 70 km., con l’ambulanza da poco fornita dalla Croce Verde di Padova tramite un amico medico italiano.

Qui nel frattempo si sono aperte una accogliente e gioiosa scuola materna, una scuola elementare, la scuola media e da quest’anno anche il biennio superiore con relativa mensa per i bambini e i ragazzi che vengono dai villaggi lontani.

La mensa, una conquista inenarrabile in Africa, dove spesso si mangia una sola volta al giorno, viene finanziata tramite la vendita di piccoli monili fatti dalle donne del villaggio o cartoline pubblicate con l’aiuto di qualche ONG belga o francese.

Qui si cerca di trovare soluzioni semplici e immediate ai mille problemi, soluzioni che solo chi vive e lavora qui e appartiene a questa terra può trovare, preservando gli equilibri ecologici e culturali spesso inaccessibili agli organismi internazionali.

Questo è l’aspetto straordinario di questo progetto.

Penso a Bobo Dioulasso, la seconda città più grande del Burkina Faso, con circa 600.000 abitanti, dove negli ultimi dieci anni ho passato tanti mesi di lavoro e di vita, alle sue strade piene di giovani indolenti che bivaccano in perenne attesa seduti accanto alle fetide fogne a cielo aperto in cui giocano i loro fratellini, quelli che raramente sopravvivono.

Penso alla passività che accompagna quella miseria, una miseria che si cerca di soffocare con chiassose atmosfere, per non vedere, per non ascoltare, per illudersi di vivere fino…fino a domani forse.

Tamburi Djembè e Tamà e danze che stanno perdendo la loro straordinaria forza tradizionale per diventare merce scadente in vendita a qualche europeo di passaggio in ricerca di folklore. Un fracasso di radio e musica costante per soffocare ogni riflessione, ogni elaborazione, ogni reazione ad una situazione che diventa senza speranza. Una terra da dove scappare in ogni modo e a qualsiasi costo.

Cosa manca lì che qui permette un miracolo ?

Fede, sicuro e in tutti i sensi, dignità, speranza...manca una guida come Babacar M’Bow, manca la voglia e la forza e gli strumenti culturali per riprendere in mano il proprio destino.

Non è certo il paradiso qui a N’Dem, nei mesi estivi la calura è talmente agressiva da togliere le forze fino a sera, e il vento harmattan, soffiando spietati mulinelli di sabbia, fa ammalare occhi e orecchie e secca la pelle fino a creparla.

Poi alle piogge c’è in agguato la malaria che strema di febbri grandi e piccoli.

Il lavoro è tanto e le responsabilità di tutti enormi.

L’elettricità qui a N’Dem c’è da soli tre anni e, fuori dal lavoro e dal nuovo Bureau di Coordinamento finalmente ben informatizzato, viene usata con molta parsimonia.

Il cibo per tutti, gente della comunità, lavoratori degli atelier, ospiti, viene cucinato nella cucina all’aperto in grandi casseruole dalla donne del Dahra che si avvicendano in questo compito. Un cibo essenziale che viene servito in grandi piatti tondi attorno ai quali si formano gruppi, la gente del luogo assieme ai tanti ospiti stranieri, due volte al giorno, al mezzogiorno e alla sera.

Grazie ad Aissa, l’alimentazione è studiata per coniugare il massimo del risparmio con elementi dietetici attenti e il più possibile completi nei quali sono spesso presenti il miglio coltivato nei campi del Dahra e gli arachidi. Manca purtroppo la frutta fresca e la sola verdura è quella coltivata in loco e raramente si acquistano derrate al mercato di Bambey.

Ma la notte avviene il miracolo della frescura e, quando c’è la luna, una luce argentea acceca di riverberi luminosi la sabbia bianca che sotto i piedi nudi è leggermente inumidita dall’annaffiatura delle piante.

Alla notte gli incontri tra gli ospiti stranieri e la gente del Dahra avvengono in questa cornice quasi onirica, seduti in cerchio sulle nattes (stuoie di paglia intrecciata), circondati dal silenzio del deserto interrotto da qualche raglio lamentoso, l’aria profumata da piante e fiori curati come creature, bisbigliando per non interrompere la pace straordinaria del luogo, e i bisbigli raccontano, commentano, informano, condividono in diverse lingue e profondità rare.

Tutto qui diventa essenza, e la scelta di povertà ha qui una serenità e una luce particolari.

Nel buio più lontano, dietro ai recinti si sentono risa, grida di bambini che giocano e un’allegria leggera.

Alla notte spesso, nel primo cortile, quello dell’entrata, si formano gruppi di canto preghiera e poco a poco le donne e gli uomini del Dahra girano in cerchio ritmando con il corpo e gridando i canti di Allaillallha, e il nome di Dio viene ad essere in sè preghiera estatica.

Sagome scure, di cui brillano solo gli occhi e i denti nella bocca aperta nel canto lanciato al cielo e la mano a coppa sull’orecchio dimentichi di fatica e sacrificio.

Al mattino prestissimo, dopo il sikkhar di uno dei gorial che per svegliare gira tra le cases alle prime luci dell’alba, assieme al canto dei galli si sentono il battere dei mortai e il tramestio del bestiame portato a brucare le sterpaglie.

Un paio d’ore dopo, l’urlo ritmato “Bay Fall, Kewel !” annuncia la colazione e si attiva un fermento crescente tutt’attorno .

Con il fresco della prima mattina ognuno si dirige al suo compito quotidiano, con la serenità di chi sa che sta lavorando per sè e per gli altri e per un progetto straordinario nel proprio paese, che sta guadagnando uno stipendio anche se minimo con cui mantenere con dignità la sua famiglia, cosa che in Africa pochissimi possono fare.

Con la coscienza di stare proponendo al mondo un modo diverso di porsi di fronte alle enormi e apparentemente insuperabili difficoltà.

L’aiuto finanziario e strutturale del mondo “sviluppato” è certo condizione necessaria in un continente dove la storia passata e presente continua a infliggere ferite profondissime.

A tutt’oggi il dominio occulto degli ex coloni, portatori di corruzione insieme con i governi consenzienti, lo sfruttamento delle risorse, perfino l'occupazione militare con attacchi alla popolazione in caso di protesta per le condizioni disperate (come nella recente storia della Costa D’Avorio) paralizzano le possibilità di uno sviluppo realmente autonomo.

Ma purtroppo troppo spesso anche l’operato delle svariate ONG internazionali e delle numerosissime Associazioni di volontariato rischia di cadere nelle stesse logiche che in teoria si combattono.

Troppo spesso vengono sperperati fondi in progetti pensati a tavolino e in un altrove lontano o vengono fornite strutture e macchinari inadatti alla zona, al clima e all’uso locale.

Troppo spesso vengono forniti “aiuti” senza una profonda conoscenza della complessissima rete di tradizioni, culture, necessità, credenze e non detti che fanno la natura e l’identità di un popolo.

Solo una gestione autoctona etica e attenta che si ponga come filtro può garantire il senso di questi aiuti troppo spesso resi inutili dalla supponenza di chi li elargisce.

N’Dem è un esempio straordinario in questo senso, un esempio alto di creazione sociale.

Gli aiuti delle varie Organizzazioni e Associazioni sono frutto di relazioni dirette tessute con profondità, fiducia, amicizia.

Sono frutto di molti incontri all’ombra della bache (grande tettoia ombrosa per le riunioni collettive ) di N’Dem.

Frutto di notti passate ad ascoltare i canti e a conoscere la vita della gente che vive e lavora a N’Dem.

Frutto di molti viaggi di scambio, conoscenze, dibattiti, conferenze in Europa.

Serigne Babacar è uomo consapevole dei rischi della dipendenza e cura ogni progetto in modo da rendere possibile e matura l'autogestione locale.

Cura costantemente la crescita culturale, la formazione, la responsabilità.

E chi conosce l’Africa sa come questo sia un compito arduo e difficilissimo.

Sa che è proprio su questo scoglio che naufragano migliaia di progetti.

N’Dem oggi rischia di soffrire enormemente per la crisi che attanaglia il mondo occidentale. Le ordinazioni sono già diminuite del 40 % e dalla vendita dell’artigianato dipende ogni struttura sociale portante di N’Dem e la sopravvivenza dei lavoratori e delle loro famiglie.

Di fronte alla crisi si stanno già cercando soluzioni diverse. E una fitta rete di amici e di sostenitori in Europa, che nel tempo ha dato prova di pratiche di imprenditoria sociale transnazionale di grande valore, si sta mobilitando per trovare i fondi che permettano l’attuazione di un nuovo progetto: la creazione e l’apertura di un Centro di distribuzione e vendita dei diversi prodotti, sia artigianali che biologici, di N’Dem a Dakar.

Dakar è una città che pullula di presenze internazionali, africane, arabe, occidentali e il reperimento di una clientela locale evita il rischio di dipendere esclusivamente dai mercati europei.

Un' ennesima sfida coraggiosa di questa gente straordinaria, che trova la sua forza nella fiducia nella potenza dell’amore e dei legami. Una fiducia ben riposta, come stanno a dimostrare i ventisei anni della miracolosa storia di questo progetto.