Portada • Start Page >> La creazione sociale. Dai laboratori dell’esperienza ai percorsi di un’ipotesi teorica • Antonia De Vita
redes.png

N. 7 • 2010

Editora invitada • Guest Editor • Editora Convidada • Editoria invitada: Anna Maria Piussi
N. 7 Portada • Start Page
Rizoma freireano 7. Universita’: fare della crisi un‘opportunita’ • Anna Maria Piussi
Rizoma freireano 7. Universidad: hacer de la crisis una oportunidad • Anna Maria Piussi
Rizoma freireà 7. Universitat: fer de la crisi una oportunitat • Anna Maria Piussi
Artículos • Articles
Buscar la relació educativa a la ciutat, una proposta de moviment • Clara Arbiol i Gonzalez
Buscar la relación educativa a la ciudad, una propuesta de movimiento • Clara Arbiol i Gonzalez
N’Dem: Bougainville sulla sabbia, Spiritualità, amore e lavoro alla radice dell'autosviluppo • Serena Sartori
N’Dem: Buganvillas sobre la arena, Espiritualidad, amor y trabajo en la raíz del auto-desarrollo • Serena Sartori
N'Dem: Buguenvíl·lies sobre l'arena, Espiritualitat, amor i treball en l'arrel de l'autodesenrotllament • Serena Sartori
Pratiche politiche, conflitti e creatività nei centri interculturali delle donne in Italia • Livia Alga
Prácticas políticas, conflictos y creatividad en los centros interculturales de mujeres en Italia • Livia Alga
Pràctiques polítiques, conflictes i creativitat en els centres interculturals de dones a Itàlia • Livia Alga
La creazione sociale. Dai laboratori dell’esperienza ai percorsi di un’ipotesi teorica • Antonia De Vita
La creación social. De los laboratorios de la experiencia a los caminos de una hipótesis teórica • Antonia De Vita
La creació social. Dels laboratoris de l’experiència als camins d’una hipòtesi teòrica • Antonia De Vita
Poema • Poem
Cosmogonía • Olga Novo
Documental • Documentary
Película: N'dem • Serena Sartori
Imprimir E-mail

La creazione sociale. Dai laboratori dell’esperienza ai percorsi di un’ipotesi teorica

Antonia De Vita

pdf

1. Per una pedagogia della creazione sociale [1]

Da diversi anni mi occupo di processi educativi e autoeducativi, formativi e autoformativi come ricercatrice all’università e da un tempo più lungo frequento contesti di uomini e donne adulti che nel proprio ambito lavorativo cercano di accompagnare i cambiamenti della vita organizzativa e dei percorsi esistenziali senza rinunciare ad essere soggetti e a un proprio protagonismo. Nasce da qui l’interesse a privilegiare nella mia ricerca le dimensioni dell’educare e del formare accompagnata e sollecitata da quella che avverto, assieme ad altri e altre, come un’esigenza di riaprire domande educative e politiche radicali che sappiano rilanciare l’importanza delle relazioni e dei contesti per educare piccoli e grandi con modalità ispirate al guadagno d’essere e alla capacità di esserci da soli e con altri. C’è una preoccupazione pedagogica che riguarda un’educazione efficace per il tempo presente così segnato, tra le altre cose, dallo stravolgimento dei paesaggi consueti delle pratiche educative e formative. I molti cambiamenti che si sono succeduti dal punto di vista sociale ed economico, possiamo ora riconoscerlo, hanno lasciato troppo spazio simbolico a quella che chiamo la pedagogia del capitale. Il capitalismo si è messo da tempo a fare scuola sul terreno privilegiato dalle scienze dell’educazione: relazioni, contesti educativi e formativi, processi di apprendimento, etc. con l’effetto di delegittimare e rendere spesso inservibile la potenza sorgiva dell’educare e del formare attraverso le relazioni educative e i contesti adatti ad esse. È possibile creare e ricreare un presente educativo? Contesti efficaci per educare e formare, spazi e tempi per le promesse educative, per crescere in qualsiasi ciclo della nostra vita? Questa è la domanda che muove la ricerca che intreccia riflessione teorica e lavoro sul campo.

Diversi anni fa facendo formazione all’avvio di piccole imprese sociali con donne adulte, [2] assieme ad altre avvertimmo l’importanza della creazione di un contesto e la necessità della cura delle condizioni che creano un contesto, che lo rendono efficace per avviare processi educativi e formativi. Questa scoperta, soggettivamente intesa, fu accompagnata da un conio “creazione sociale” che inizialmente ci apparve come una bella espressione e subito dopo come il nome di un’ipotesi teorica alla quale dedicare anni di ricerca. [3]

Creazione sociale è il nome di un’ipotesi teorica nata dall’esigenza di dire in modo positivo e propositivo cosa capita o può capitare quando le relazioni e i contesti riescono a esprimere le loro dimensioni creative. Quando i coni trovano una lingua e delle forme per sostanziarsi siamo in presenza di un pensiero vivo che nasce toccato e sporcato dalle situazioni e dalle contingenze nelle quali esso si dà. Non si tratta di creazioni ex nihilo quelle di cui mi/ci interessiamo perché esse trovano il loro inizio da qualcosa che c’è già e che attraverso la ridisposizione originale con ciò che manca combinano gli elementi in maniera generativa, creando qualcosa che prima non c’era. Per creazione sociale possiamo intendere quella disposizione simbolica, che trova una traduzione concreta e pratica, nella quale i soggetti riescono a essere autori di saperi e di competenze in un movimento ispirato alla riconoscenza dei soggetti piuttosto che all’appropriazione capitalistica delle conoscenze a cui la pedagogia del capitale ci ha abituati negli ultimi decenni.

La messa a tema di una pedagogia della creazione sociale nasce dal bisogno di mostrare una pedagogia sociale nella quale vi è una diffusione di pratiche e di contesti che attivano e riattivano un’economia di scambio umano e simbolico, di parole, beni, gesti, che amplia e ridispone differentemente le posizioni previste dallo scambio proposto-imposto dal libero mercato con l’effetto di liberare il concetto di economico dalla riduzione capitalista. La creazione sociale offre esempi contemporanei di narrazioni che incarnano in quello che facciamo: studiare, lavorare, partecipare, un senso dell’economico nella sua radice teologica, capace di restituirci un ordine dei rapporti e dello scambio complesso e articolato dove passioni, interessi, guadagno monetario ed extra monetario, disinteresse, motivazioni, ricerca di bellezza e di felicità possono differentemente e liberamente combinarsi lasciando le relazioni e i contesti irriducibili allo scambio così come l’ha inteso l’utilitarismo e l’economicismo.

2. Da ereditiere a imprenditrici

Molte creazioni sociali percorrono il nostro tempo e una delle forma migliori per riconoscerle e farle brillare è certamente la narrazione: raccontare le storie che le hanno rese storie creative.

Cercherò dunque di narrare con levità quale trama ha portato un nucleo di persone, in prevalenza donne, legate da relazioni importanti dal punto di vista umano e rese ancor più significative da una comune passione politica, a intrecciare altre storie, con l’effetto di dar vita ad una tessitura sociale che ha ispirato un’ipotesi teorica.

Compagne di studi all’università di Verona, all’epoca una piccola università di recente costituzione, resa vitale e nota grazie alla presenza della comunità filosofica Diotima, costituita da donne impegnate nel pensiero della differenza sessuale; una scommessa a significare liberamente l’essere donna e l’essere uomo. Noi ci incontriamo così: studenti impegnate variamente attorno al percorso delle filosofe e delle pedagogiste della differenza sessuale. La presenza in università di queste docenti rese fruttuose e creative non solo la relazione con il pensiero filosofico ma anche le relazioni con le studenti. L’università divenne, per una buona parte delle persone giovani che frequentavano quel contesto, un primo laboratorio. In quel contesto le relazioni con le insegnanti e con le/i compagne/i di studio erano qualcosa di necessario per vivere intensamente e politicamente l’università, oltre a rappresentare un primo e concreto esercizio di impegno a rendere sensata la nostra personale esperienza. In quegli anni su iniziativa di due docenti di Diotima partì l’idea e la pratica dell’autoriforma nell’università, un’esperienza che ci coinvolse molto per circa due anni e che ci insegnò che per abitare e migliorare un contesto (in quel caso l’università) non bisogna stare solo nell’attesa e nella rivendicazione di riforme che vengono dall’alto perché molta parte del nostro benessere dipende da come ci si muove dal basso, dipende da noi. Partire da ciò che è già a disposizione piuttosto che da ciò che ci manca, far emergere e valorizzare ciò che già funziona e non concentrarsi su quel che non va, mettere al centro le relazioni per vivere e abitare un’istituzione: sono i principali insegnamenti teorico-pratici che arrivarono da quel periodo e da quella storia. E già un guadagno reale: le relazioni che in quei due anni si erano create attorno a un’idea di università.

Gli studi universitari a questo punto della storia sono quasi alla fine e la necessità di lavorare si fa urgente. Il bisogno di avere un reddito e il desiderio di non perdere i guadagni venuti da quella storia – relazioni, competenze per e nel contesto universitario - trovano una prima composizione creativa. Trasformiamo l’associazione culturale Mimesis, che aveva accompagnato il nostro percorso universitario rendendolo pieno di buon teatro e di mille iniziative culturali e di tanta convivialità e passione condivisa, in un’impresa sociale. Con un’idea di autoimpiego, che allora era piuttosto nuova, passiamo dalla condizione di studenti eredi di seconda generazione del femminismo della differenza, a ‘imprenditrici’. La scelta dell’impresa sociale rispondeva a un’idea di fare impresa ispirata a una tradizione di mutualità cooperativa di ottocentesca memoria, riattualizzata dal nuovo riassetto del welfare state che apriva nuovi spazi tra stato e mercato.

Imparare a coniugare autoimprenditorialità con passione politica è la scommessa che si apre per noi. Benché ereditiere di una pratica di relazioni appresa dal movimento politico delle donne siamo tuttavia di fronte a un’esperienza tutta nuova che ci vede imprenditrici, giovani donne che tentano di inventarsi un lavoro e che cercano di fare di questo un’occasione per continuare a fare insieme politica.

È a questo punto che il nostro laboratorio di esperienza pone nuove condizioni che a loro volta necessitano di nuovo ascolto e di nuovi pensieri sulla pratica delle relazioni così come si vanno ri-configurando in una dimensione lavorativa. Lavorare assieme è molto diverso dal vedersi liberamente per condividere esperienze di impegno politico all’università senza alcun vincolo formale, economico e organizzativo. Lavorare e fare politica (liberamente e volontariamente) sono due verbi che per coniugarsi assieme hanno bisogno di riferimenti differenti che nascono dalle condizioni della situazione presente. Cosa significa intrecciare politica e lavoro, amore per il mondo e reddito, relazioni dis-interessate con rapporti di lavoro lo scopriamo giorno per giorno affrontando difficoltà concrete e riflessione su di esse in un intreccio che ha permesso di cercare e trovare il senso delle cose che stavamo facendo.

3. Un nuovo inizio: dalla pratica delle relazioni elettive alla pratica del contesto

Fare/essere impresa sociale è quindi l’apertura di un secondo laboratorio d’esperienza che ci costringe a misurarci con questioni impensate: il bisogno di guadagnare denaro e imparare a gestirlo, l’organizzazione del lavoro, avere a che fare con rapporti e relazioni che il contesto ci offre. Tutto da coniugare con il nostro desiderio di politica. È a questo punto che tocchiamo e percepiamo concretamente la difficoltà della nostra scommessa: rendere politico il rapporto con il denaro e il lavoro è tutt’altro che scontato e a portata di mano, esige un passaggio teorico-pratico che parta da noi e che non possiamo prendere in prestito dalle donne che ci hanno precedute essendo questioni e dimensioni che la pratica di relazioni tra donne non aveva già messo a tema. L’eredità mostra dunque il suo limite quando si tratta di ereditare pratiche; esse, per loro natura, hanno bisogno di essere reinterpretate nel contesto di riferimento. È necessario un nuovo inizio per chi vuole mettere di mezzo il lavoro nelle relazioni, tanto più se lavoro di impresa. Una nuova partenza che permetta di mantenere elementi di continuità con l’orientamento ricevuto in eredità e l’introduzione di elementi di discontinuità, che sappiamo dar conto e restituire l’impensato che esige di essere tematizzato oltre che praticato.

La dimensione del lavoro e il bisogno di vivere di questo, aprono per la pratica delle relazioni proposta dal movimento femminista nuove contraddizioni e domande. I contesti di lavoro diventano per noi contesti politici in cui le relazioni vengono messe continuamente alla prova e nei quali c’è la necessità di intrecciare rapporti in situazioni molto diverse e in contesti molto precisi. È la scoperta del contesto, del con-testo, quel testo che scriviamo con le altre e gli altri che non ci siamo scelti ma con i quali siamo, nostro malgrado, coinvolti per ruoli, interesse lavorativo e passione politica. Il contesto diventa dunque un secondo attore; insieme alle relazioni è un altro elemento che entra in gioco fortemente e che inizialmente si presenta solo come un vincolo limitante perché costringe a non poter perseguire la dimensione politica nella misura di relazioni dis-interessate e pure, come quando si pratica la politica in una dimensione trasversale ai contesti. Limitante perché alla non strumentalità delle relazioni elettive oppone una loro parziale ‘necessità’ e ‘opportunità’ dettate dalla dimensione-lavoro. È proprio in forza del limite che il contesto pone e impone che si può “scoprire il contesto” nella sua enorme potenzialità e creatività, scoprire cioè che la condizione è anche un’occasione, che il limite non è solo limitante ma anche potenziante. Scoprire quanto il contesto possa essere importante significa avviare una pratica del contesto che sa mettere a frutto gli elementi ambientali e sa trasformare i rapporti-interessati di lavoro in rapporti-interessanti sia per il lavoro che per la politica. Come? Trasformando la mancanza di purezza e la presenza in essi di un certo grado di strumentalità (che è anche apertura a molti elementi ambientali) in relazioni intese come connessioni creative. [4] Non è una resa alla strumentalità quanto piuttosto l’attivazione di un processo creativo che fa dell’interesse in comune che esiste nei contesti, del gioco dei ruoli professionali e/o istituzionali che si rivestono, una possibilità di connettere mondi, linguaggi, situazioni, vincoli e libertà in maniera impensata e dunque creativa. Trasformare il vincolo e il limite in una capacità a creare connessioni, fare dunque del limite-limitante un limite-movente.

La pratica del contesto permette dunque di risignificare parzialmente la pratica delle relazioni alla luce dell’introduzione di elementi ‘estranei’ quali l’organizzazione e il denaro e di quel tessuto di rapporti che, anche se non scelti, possono a certe condizioni essere non (solo) strumentali ma occasione per farne delle “connessioni creative”.

Nelle precedenti esperienza all’università le relazioni le avevamo praticate come ‘relazioni elettive’: esse rispondevano ad uno scegliersi sulla base di una comune sensibilità e interesse per la politica; ora le relazioni elettive, che pure ci avevano trasformato in impresa sociale, dovevano misurarsi con comuni relazioni di lavoro in contesti con le loro regole e i loro costumi, con differenti culture organizzative e linguaggi nei quali senza perdersi o alienarsi portare una competenza a collegare e a connettere creativamente.

Creare connessioni creative è una modalità che arricchisce il contesto e che permette la modificazione dell’esistente ed è la condizione necessaria e concreta per fare creazione sociale. Far vivere le connessioni significa far sì che il contesto si arricchisca grazie a queste forme di legame qualificato da ciò che è in-comune.

4. Creare le condizioni: per ri-creare il mondo in un contesto

A quali condizioni possiamo praticare il contesto? Leggere e scrivere nel contesto che viviamo: farne una pratica? Detto altrimenti: quando il contesto si mette in moto e rende vive le situazioni e le apre alla loro reinvenzione? Frequentando il contesto universitario prima e quello lavorativo poi come una scuola abbiamo imparato che occorrono delle pre-condizioni affinché si dia la possibilità di uno slancio creativo. Un’idea ampia dell’economico e un desiderio di politica sono le condizioni che precedono la possibilità di una combinazione originale tra pratica di relazione e pratica del contesto. Rendere creative le connessioni è possibile lì dove si mette in gioco una misura tra interesse e dis-interesse, tra lavoro pagato e “impagabile qualità” [5] di quello che si fa e si mette in circolo, dimensione monetaria ed extramonetaria del lavoro, dell’organizzazione, delle relazioni.

Dove si apre un orizzonte relazionale aperto all’economico nel suo senso antico e teologico, inteso dunque non come appiattimento all’economicità ma come ripensamento delle differenti forme e figure dello scambio umano, è possibile che le connessioni che si tessono nel contesto diventino proprio in forza di questo senso ampio di economia connessioni creative. Connessioni che permettono di non restare inchiodati alla strumentalità delle relazioni e a una visione statica del contesto: lavoro pagato assieme ad un resto che rimane impagabile, spazio per il dono e la reciprocità in un’apertura che consente di mettere in gioco interessi senza appiattirli in un orizzonte finito, lettura del contesto come trama fitta e mobile di relazioni e condizioni ambientali, e molto altro ancora è il movimento che si va generando.

Così se, solo a titolo d’esempio, il nostro contesto di riferimento è la città che viviamo - in un momento in cui le città sono così schiacciate da paure e insicurezze, assediate da un atteggiamento difensivo quando non nostalgico rispetto a un passato in cui si poteva respirare aria buona e camminare nel verde, vedere giocare i bambini per strada e coltivare relazioni di vicinato - creare le condizioni per fare della nostra città un luogo ancora vivibile potrà significare molte cose semplici e complesse. Rimanendo su qualcosa di semplice potrà significare creare collegamenti per riutilizzare luoghi desueti della città, poco usati o usati con altro scopo per offrire pubblicamente parola poetica, non consumo di poesia ma contesti nei quali la città si possa aprire alla poesia ed essa possa restiturle il suo “portar bene”, il suo effetto benefico. [6] Creare occasioni in cui come un tempo, e in maniera tutta differente da un tempo, la gente scende in una corte, passa il pomeriggio intero con bambini e ragazzi al seguito in mezzo alla strada, vitalizzando uno spazio pubblico con relazioni umane e pratica del contesto. Un modo di stare non individualistico ma aperto a qualcosa che è in-comune, che non esclude e che riapre le possibilità di esserci e partecipare, di creare con altre e altri legami.

In un tempo come il nostro così disincantato e cinico raccontare storie di creazioni sociali è un esercizio di fede nel suo significato più elementare. Rimettere al centro della narrazione storie in cui uomini e donne credono fortemente in quel che fanno e lo perseguono con la fiducia che occorre per curare le condizioni affinché qualcosa di nuovo possa accadere.

Le creazioni sociali che possiamo incontrare e riconoscere sono le parabole e le fiabe contemporanee di cui abbiamo grande bisogno. Raccontarle ha il senso non di illudere ma di offrire narrazioni che, come le parabole e le fiabe, ci aiutino a capire come riaprirci, nonostante le tante difficoltà e i tanti conflitti, all’impossibile coltivando il possibile, all’invisibile coltivando il visibile e a ripensare, ad andare oltre il nudo gioco delle forze.

Pensare che il nostro tempo sia un tempo di fiaba potrà indurci facilmente a pensare al senso comune che si dà alle fiabe ai nostri giorni: una narrazione fantasiosa che ha poco a che fare con la realtà e con le sue difficoltà. Un approccio incantato poco avveduto e poco attrezzato di fronte alle tante insidie e ai tanti pericoli che ogni giorno ci riserva. Eppure Cristina Campo, grande lettrice e conoscitrice di fiabe e di poesia e della migliore letteratura occidentale e orientale, nella sua bellissima raccolta di saggi Gli imperdonabili, parla del nostro tempo come del vero tempo della fiaba volendo restituire alle fiabe e pure al nostro tempo la loro radicale dignità. “Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. E certo non intendo con questo l’era dei tappeti volanti e degli specchi magici, che l’uomo ha distrutto per sempre nell’atto di fabbricarli, ma l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire, come le apparizioni e i segni arcani della fiaba: tutto quello cui certi uomini non rinunziano mai, che tanto più li appassiona quanto più sembra perduto e dimenticato. Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita, come la rosa di Belinda in pieno inverno. Tutto ciò che di volta in volta si nasconde sotto spoglie più impenetrabili, nel fondo di più orridi labirinti” [7].


[1] Ho approfondito queste riflessioni in La creazione sociale, Carocci, Roma 2009.

[2] Il corso di formazione Io lavoro nel mio quartiere a cui faccio riferimento era stato ideato e condotto dall’ Associazione Mimesis per due cicli successivi e finanziato in parte dalla Legge 215/92 sull’imprenditoria femminile.

[3] Ho condiviso con le socie di Studio Guglielma. Ricerca e creazione sociale, già Mimesis, queste intuizioni sorgive e in particolare con Lucia Bertell. Negli anni, anche grazie all’interessamento di altre e altri, questa ipotesi di lavoro è cresciuta attraverso riflessioni teoriche fortemente ancorate a un lavoro sul campo: Antonia De Vita, Imprese d’amore e di denaro. Creazione sociale e filosofia della formazione, Guerini e Associati, Milano 2005; Antonia De Vita, Lucia Bertell, “La creazione sociale” in Anna Maria Piussi, (a cura di) Paesaggi e figure della formazione nella creazione sociale, Carocci, Roma 2006.

[4] Quest’espressione è stata impiegata da Lucia Bertell nel corso di una discussione sulla creazione sociale.

[5] Lucia Bertell, “L’impagabile qualità” in A. Buttarelli, L. Muraro, L. Rampello, (a cura di), Duemilauna. Donne che cambiano l’italia, Nuove Pratiche Editrice, Milano 2000.

[6] Portar bene in città. Donne e uomini, spazi urbani, creazioni sociali. Una settimana con Mariangela Gualtieri, a cura dell’Associazione Mimesis, Verona ottobre 2009.

[7] Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987, p. 151.